La mia vita con John F. Donovan – La recensione del nuovo film di Xavier Dolan

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Di Massimo Vozza

Arriva finalmente nelle sale italiane, dopo continui rimandi da parte della distribuzione, La mia vita con John F. Donovan, film di Xavier Dolan presentato a Toronto lo scorso anno, il primo in lingua inglese firmato dal regista canadese. 
L’opera tenta di raccontare la vita della fittizia star televisiva John F. Donovan e quella di Rupert Turner, un ragazzino suo grande fan e aspirante attore con il quale intraprende un rapporto epistolare per anni, passando fuggevolmente per lo scandalo che li coinvolse entrambi.
Il film è un pasticcio narrativo, privo di una direzione chiara, che mette in campo tutte le tematiche ridondanti nel cinema di Dolan (come l’omosessualità, la maternità, l’alienazione), senza riuscire a dare a nessuna il giusto peso e spazio narrativo; inoltre il regista e sceneggiatore (insieme a Jacob Tierney) aggiunge una critica superficiale nei confronti dello star system statunitense che sembra debba essere il vero fulcro del suo racconto (ma è davvero difficile esserne certi). Oltre a non riuscire a gestire le troppo distinte linee narrative dei due protagonisti (la prima che ha come sfondo New York, la quale si direbbe risulta totalmente anonima se non fosse per i continui campi lunghissimi che la mostrano, e la seconda ambientata in Inghilterra e a Praga), Dolan appesantisce la sua opera dividendo la storia anche in due linee temporali differenti (quella centrale del 2006 e quella da cornice del 2017): la non necessaria intervista tra Rupert adulto e la giornalista Audrey Newhouse nella capitale ceca aggiunge al film dialoghi eccessivamente didascalici, con tanto di imbarazzante momento nel quale il ragazzo giustifica l’importanza del suo racconto su John come se Dolan ci stesse giustificando questo suo film, e una non necessaria voice over che commenta e spiega alcune scene del passato.

Mentre l’aspetto estetico ci appare sottotono e/o contenuto (nonostante qualche ralenti anche eccessivamente lungo e l’uso del fuori fuoco ricorrente in altro cinema di Dolan) il cast tenta di dare il massimo nonostante la cattiva scrittura: soprattutto Kit Harington che, spogliatosi dei panni di Jon Snow in maniera egregia, tenta di dare realismo e spessore alla depressione vissuta dal suo personaggio nonostante le fondamenta di essa non siano abbastanza sviscerate e convincenti. Lo stesso vale per il piccolo ma talentoso Jacob Tremblay al quale magari sarebbe stato preferibile dare la totale centralità del film, soprattutto a scapito della sua versione adulta interpretata da un poco convincente Ben Schnetzer. Le attrici premio Oscar Natalie Portman e Susan Sarandon interpretano il ritratto di due madri che affrontano un difficile rapporto con i rispettivi figli: mentre la prima risulta piatta, sia nella scrittura che nell’interpretazione, la seconda ricorda terribilmente le altre figure materne sopra le righe del cinema del giovane canadese interpretate solitamente da Anne Dorval.
Arrivato al settimo film e vicino ai trent’anni, risulta difficile giustificare Dolan e forse inizia anche a non valerne la pena: se è vero che una parte di quest’opera si è persa nella sala di montaggio (insieme al villain interpretato da Jessica Chastain), dall’altra appaiono talmente tanti problemi di costruzione dei personaggi e di sceneggiatura che è difficile dire se il progetto possa aver mai avuto del potenziale. Xavier Dolan non è decisamente più un enfant prodige e non perché non sia più un ragazzino (anzi lo è ancora nello psicanalizzare se stesso attraverso il suo cinema) ma perché non è più un autore così interessante e capace da meritare attenzioni ed elogi quasi a prescindere: l’apice raggiunto con Mommy avrebbe dovuto suggellare la sua maturità eppure dopo altri due film ci sembra di essere tornati indietro. Il prodigio è morto, l’infante vive.
VOTO: 4/10


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