La vita davanti a sé – La recensione dell’adattamento con Sophia Loren del romanzo di Romain Gary

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Di Giuseppe Fadda

Ci sono bravi attori, ci sono grandi attori e ci sono leggende, quelle che solo con la loro presenza sono in grado di fare tutta la differenza del mondo, di trasformare un ruolo insignificante in una parte indimenticabile, un film mediocre in un’opera memorabile. Sophia Loren è indiscutibilmente una di queste: ogni sua performance è contraddistinta da quel tocco indefinibile di personalità e di spontaneità, da quella presenza scenica inimitabile che la rende un’attrice semplicemente unica. E non che il suo straordinario star power renda le sue interpretazioni ripetitive, anzi: la grandezza della Loren come interprete è data proprio dalla sua capacità di adattare la sua immagine, così vivida e riconoscibile, a ruoli tra loro diversissimi, dalla tenace Cesira de La ciociara (film che le ha meritatamente fruttato il Premio Oscar) alla vulnerabile, sottomessa Antonietta di Una giornata particolare. Dopo dieci anni di assenza dalle scene, la Loren torna alla ribalta con La vita davanti a sé, film diretto dal figlio Edoardo Ponti: forse il film non ha molto da offrire se non proprio questo, l’occasione di rivedere dopo tanto tempo un’attrice che ha fatto la storia del cinema e soprattutto di vederla confrontarsi con un ruolo che mette in luce tutte le sue capacità. E questo, già di per sé, è un’occasione di non poco conto. 

Il film è l’adattamento del meraviglioso romanzo di Romain Gary, uscito nel 1975 sotto la firma dello pseudonimo di Émile Ajar, ma ne sposta la collocazione sia nel tempo che nello spazio, dal quartiere multietnico di Belleville a Parigi negli anni Settanta alla contemporaneità di Trani. Il protagonista della storia è Mohammed detto Momò (Ibrahima Gueye), un ragazzino dodicenne di origini senegalesi rimasto orfano dopo l’incidente (la cui natura ci viene rivelata solo a metà della storia). Momò è temporaneamente affidato a un gentile ma indaffarato dottore (Renato Carpentieri), che non riesce a dare al ragazzo le attenzioni di cui ha bisogno. Momò è diffidente, scostante, è stato espulso da scuola per aver aggredito un compagno che lo prendeva in giro e passa le sue giornate raccattando soldi come può, spacciando o rubando. Ed è proprio da una donna che aveva cercato di borseggiare che il dottore lo condurrà, sperando che ella lo accolga: lei è Madame Rosa (Loren), un’ex-prostituta ebrea, sopravvisuta all’Olocausto, che, dietro compenso, accetta di occuparsi dei figli di altre prostitute. La donna accetta: i loro caratteri testardi e i reciproci pregiudizi (anche di natura religiosa) rendono la convivenza inizialmente turbolenta, ma tra i due si instaurerà presto un legame forte e profondo che cambierà la vita di Momò. 


L’approccio stilistico di Ponti è ben diverso rispetto a quello adottato da Moshé Mizrahi, che nel 1977 aveva già adattato il romanzo di Gary nell’omonimo film con Simone Signoret, vincitore dell’Oscar per il miglior film straniero. Se il film di Mizrahi peccava forse di un’eccessiva povertà a livello visivo, quello di Ponti pecca di uno stile troppo patinato, di una visione troppo estetizzante e romanticizzante, quando un approccio più realistico sarebbe stato probabilmente più consono alla storia narrata. Ma il film di Mizrahi, perlomeno, faceva lo sforzo di catturare tutte quelle sfumature e complessità che emergono dalle pagine di Gary: il risultato era forse un adattamento un po’ troppo pedissequo ma perfettamente in grado di catturare lo spirito del romanzo (quello era evidentemente l’intento). Invece la sceneggiatura di Ponti e Ugo Chiti taglia, rimuove, semplifica, sia per quanto riguarda il contesto, sia per quanto riguarda la storia, sia per quanto riguarda i personaggi. Nel romanzo di Gary e nell’adattamento di Mizrahi, uno degli aspetti fondamentali è la descrizione della realtà di Belleville, nelle sue complessità, idiosincrasie e contraddizioni. Nel film di Ponti, Trani non è che uno scenario, il contesto socio-politico della contemporaneità e tutte le sue questioni, come l’immigrazione e la povertà, vengono richiamati solo in specifici momenti che finiscono per risultare un po’ stridenti: Ponti restringe la prospettiva del materiale di partenza, focalizzandosi principalmente sulle relazioni tra i personaggi piuttosto che i suoi politico-sociali, perciò nei piccoli momenti in cui decide di allargare il campo dello sguardo questo finisce per risultare forzato. 

Ma anche i personaggi stessi, e i loro tumulti, vengono drasticamente semplificati. Il pregiudizio razzista di Madame Rosa nei confronti dei musulmani viene liquidato con un paio di battute sbrigative. Il tema della prostituzione è toccato in maniera solo marginale. Alcuni passaggi fondamentali (e rivelatori dei caratteri dei personaggi), come il ritorno del padre di Momò, vengono completamente omessi. Molti dei conflitti dei personaggi vengono risolti già in partenza: nel romanzo, Momò si avvicinava a una famiglia borghese, rappresentante il suo desiderio di ordinarietà in opposizione alla sua atipica famiglia di adozione; nel film, la famiglia borghese non c’è e il conflitto di Momò completamente cancellato. Nel romanzo, Madame Lola (Abril Zamora), prostituta trans amica di Madame Rosa, non aveva figli e agiva spesso da madre surrogata per i bambini in cura dall’anziana donna: questo dava luogo a profonde pagine di riflessione sulla genitorialità e su quanto poco l’identità di genere influisca sulla capacità di prendersi cura di un figlio. Anche questo conflitto, nel film, viene risolto prima ancora di porsi, perché Madame Lola ha un figlio. Vero è che quello che il film, tagliando tutti questi aspetti, perde di complessità e profondità, lo guadagna in omogeneità e scorrevolezza del racconto: la natura episodica del romanzo di Gary presenta notevoli difficoltà di adattamento, risolte da Ponti in maniera semplicistica ma, a livello di puro intrattenimento, efficace. 

Soprattutto, è il cast che tiene il film in piedi. Tutti i comprimari sono perfettamente memorabili in ruoli piccoli ma incisivi: oltre a Carpentieri e la carismatica Zamora, c’è una dolce interpretazione da parte di Babak Karimi nel ruolo del vedovo musulmano che riesce a scalfire la dura scorza di Momò aprendogli una strada diversa da quella della criminalità. Ma ovviamente il cuore del film risiede nelle due interpretazioni principali, che sono straordinarie e che impediscono al film di scadere nel sentimentalismo (lo stesso non si può dire per la canzone finale scritta da Diane Warren e cantata da Laura Pausini). Ibrahima Gueye è una vera e propria rivelazione, capace di tenere testa a una leggenda della recitazione senza vacillare neanche un secondo. Pur essendo alla sua prima esperienza recitativa, il giovane attore si muove sullo schermo con una sicurezza e una spontaneità da maestro, che gli permette di guidare l’intero film sulle sue spalle. E Sophia Loren è meravigliosa: è un ruolo che potrebbe interpretare a occhi chiusi e che per buona parte non le richiede molto, ma il modo in cui domina lo schermo senza alcun sforzo, il modo in cui riesce a illuminare la scena con la massima naturalezza è qualcosa di indescrivibile. La sua è una lettura del personaggio molto diverso rispetto a quella di Simone Signoret (in un’interpretazione magistrale e ingiustamente dimenticata) nel film del 1977: l’attrice incorpora la sua immagine, la storia della sua carriera al personaggio, dandogli una vitalità completamente nuova. E man mano che il film procede e la salute fisica e mentale di Madame Rosa va in continuo peggioramento, è straziante vedere la Loren spegnersi, a poco a poco, diventare piccola, flebile, invisibile: se nella prima metà del film la Loren gioca con la sua immagine, nella seconda invece la annulla per dare spazio a un ritratto commovente e credibile della malattia. Ci sono singoli momenti che raggiungono dei picchi devastanti: la scena in cui Madame Rosa viene colta da un malore sotto la pioggia, lo sguardo fisso nel vuoto che lascia gradualmente spazio alla confusione, alla paura e all’umiliazione quando ritorna in sé, è un piccolo gioiello di recitazione. La vita davanti a sé non è un film all’altezza della sua star, ma, del resto, la sua star è un’attrattiva più che sufficiente già di per sé.  

VOTO: 6,5/10

La vita davanti a sé è disponibile su Netflix.