Mulan – La recensione del live action in arrivo su Disney + a partire dal 4 settembre

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Di Massimo Vozza

Nel 1998 la Walt Disney Animation Studios realizzò il classico d’animazione Mulan, basato sulla leggenda cinese di Hua Mulan, la famosa eroina che combatté per l’impero prendendo il posto del padre malato e travestendosi da uomo; il titolo divenne una delle gemme del suo rinascimento, tanto da essere stato considerato per un remake in live action già dieci anni fa. È soltanto oggi però che possiamo finalmente assistere all’opera completa e purtroppo non in sala: che finiate con l’apprezzare o meno questa ennesima riproposta della Disney, è indubbiamente un peccato che in Italia, dove i cinema sono in parte riaperti, si sia optato per la distribuzione sulla piattaforma streaming Disney+, anche perché non solo si tratta del primo remake live action Disney diretto da una donna, Niki Caro, ma anche uno dei rari titoli ad alto budget dato in mano a una regista, il che già lo renderebbe un film che vale il tentativo di visione.

Ma non è solo questo a meritare: il Mulan del 2020 abbandona quasi totalmente la comicità, rinuncia al genere musicale (nonostante alcuni dei brani più famosi abbiano dei richiami nella colonna sonora) e si trasforma in un’opera wuxiapian stile Zhang Yimou, seppur alleggerita da un leggero tocco disneyiano, dimostrando che l’attenzione qui data alla cultura cinese tiene conto anche dell’aspetto cinematografico. Quindi, anche se la storia proposta resta a grandi linee la medesima, vi è evidentemente stato un vero e proprio lavoro di adattamento, il quale stavolta mai siede sugli allori affidandosi troppo al già visto nel ’98, correndo così il rischio (a mio parere sensato) di deludere le aspettative dei fan delle operazioni nostalgia maggiormente pure e i bambini di età molto piccola che potrebbero trovare pesante la storia in questo modo proposta. E mentre il drago Mushu scompare lasciando spazio alla fenice (un simbolo, una metafora, piuttosto che un personaggio), la storyline romantica viene depotenziata e trova poco spazio nel finale: il percorso di Mulan, leale e coraggiosa ma non del tutto vera, né con se stessa né con gli altri, ha stavolta l’epilogo meritato che pone finalmente l’accento maggiormente sulla famiglia e, soprattutto, sull’essere guerriera della protagonista.

Tecnicamente il film vanta una degna fotografia (che gioca non a caso molto sul riflesso e il capovolgimento), una discreta colonna sonora che soffre il confronto con il passato, e una buona messa in scena, tra costumi, trucco, parrucco e scenografie; peccato però per gli effetti speciali post produzione che non sempre stanno al passo con quelli riusciti realizzati durante il girato e il lavoro degli stuntmen e delle stuntwomen. A tal proposito, altro aspetto degno di nota è il lavoro di casting che ha evitato qualunque tipo di whitewashing, scegliendo interpreti cinesi molto popolari (tra i quali la popolarissima e bravissima Gong Li nell’inedito ruolo della strega); unica precisazione da fare sarebbe sull’interprete protagonista: Liu Yifei esteticamente rende Mulan alla perfezione eppure in alcuni momenti sembra non reggere il confronto con il carisma che richiederebbe il suo personaggio.

Mulan insomma regge degnamente il confronto con il passato, ponendo l’accento su aspetti che in passato erano rimasti nelle retrovie, sacrificando altro, e affrontando infine faccia a faccia una società patriarcale che, come il cinema, necessita assolutamente di sempre più figure femminili di spicco. Necessita assolutamente di donne libere di esprimere (anche creativamente) il proprio “qi”.

VOTO: 7/10


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