Di Massimo Vozza
In un periodo in cui il cinema di genere si presenta agli spettatori o come il più puro dei prodotti commerciali oppure come un’opera di respiro maggiormente autoriale, Opus – Venera la tua stella, presentato al Sundance Film Festival di quest’anno, sembra aver scelto di intraprendere una strada abbastanza differente che però rende talmente poco chiaro dove voglia andare a parare sotto ogni punto di vista, sia estetico che narrativo che alla fine ne risulta un pasticcio.
Perché l’opera prima di Mark Anthony Green, confezionata come un medio prodotto A24, è un thriller d’atmosfera indipendente con un tono sopra le righe in teoria interessante ma che nella pratica non si è riusciti a contenere, tanto che quando il tono si spinge all’estremo, diventando quasi parodistico, mal va a combaciare con quelle pretese profonde, quasi rivoluzionarie, che sono comunque alla sua base. L’occhio del regista ruba qua e là da titoli di successo come Midsommar e Get Out per far rientrare il tutto in una sua fantomatica poetica che è però debole e confusionaria, conseguenza evidente della mancanza di esperienza. La confusione regna sovrana anche nel corso della narrazione stessa.

La storia tratta di questa aspirante scrittrice Gen Z che ha la sua occasione con il ritorno alle scene di un importante icona della musica pop ritiratasi negli anni ‘90; il cantautore organizza quindi un ritiro in mezzo a una comunità per presentare il nuovo album a pochi eletti, e tra questi vi è la protagonista. Il racconto restituisce personaggi scritti in maniera più che discreta in realtà ma questi sono intrappolati in una struttura del racconto che insieme ai dialoghi non vuole aiutare lo spettatore a capire il senso di ciò che è sullo schermo in maniera forzata e disomogenea. Solo nel finale Opus decide di correre ai ripari imboccando allo spettatore la chiave di lettura del film attraverso un dialogo spiegone riguardo a ciò che è accaduto, e svelando un fine un colpo di scena che fa acqua da tutte le parti.

A salvarsi è la prova attoriale di John Malkovich nel ruolo della star Moretti, sostenuto anche da alcune canzone originali (parte del repertorio del suo personaggio) davvero riuscite, mentre il resto del cast fa il suo senza tenere testa ai problemi di sceneggiatura, compresa la lanciatissima Ayo Edebiri nel ruolo di Ariel. Opus in fondo non è altro che un La fabbrica di cioccolato vietato a minori, con i “Livellisti” al posto degli Oompa Loompa, un Wonka che ha venduto miliardi di dischi e un Charlie a cui la fabbrica non l’ha mai affascinato, ma assicuriamo che il messaggio e la violenza del film tratto dal romanzo di Roald Dahl hanno tanto di più da comunicare e da mostrare di questo pretenzioso titolo.

Opus – Venera la tua stella arriva nelle sale italiane a partire da giovedì 27 marzo con I Wonder Pictures
VOTO: 2/5






