Paddington in Perù

Paddington in Perù, la recensione

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Ad otto anni di distanza dal secondo, glorioso capitolo cinematografico, arriva nelle sale italiane a partire dal 20 febbraio Paddington in Perù, terzo capitolo di uno di children’s movies più amati degli ultimi decenni. Al timone della regia però non c’è più l’immaginifico Paul King (dopo il successo del suo Wonka, pare che la Warner Bros, lo abbia reclamato a sé per un eventuale sequel), bensì l’esordiente dietro la macchina da presa Dougal Wilson.

Ispirato come sempre alla serie di racconti per l’infanzia pubblicati da Michael Bond, Paddington in Perù riprende le fila narrative lasciate in sospeso alla fine del sequel del 2017. Questa volta l’amato orso, goloso di marmellata, si perde nella giungla in un’emozionante avventura ad alto rischio, ricca di arguzia, simpatia e umorismo. Quando Paddington scopre che l’adorata zia Lucy è scomparsa, lui e la famiglia Brown si spingono verso le terre selvagge del Perù per cercarla con un unico indizio: un punto segnato su un’enigmatica mappa. Deciso a risolvere il mistero, Paddington si imbarca in un avvincente viaggio attraverso le foreste pluviali dell’Amazzonia ritrovandosi anche sulle tracce di uno dei tesori più leggendari del mondo.

Una scena di Paddington in Perù – fonte: Sony Pictures

Non solo Paul King passa il testimone della regia all’esordiente Dougal Wilson, ma anche uno dei più eminenti membri del cast originale viene sostituito per motivi di conflitto di interessi su altri set: Emily Mortimer prende difatti il posto che fu della dolce Sally Hawkins nei panni di Mary Brown, capofamiglia femminile del “branco” londinese che nel primo capitolo aveva adottato l’orsetto Paddington come fosse un loro figlio. Ma le novità di certo non cessano qui: a dispetto degli episodi precedenti, Paddington 3 si svolge prevalentemente fuori dalla comfort zone narrativa della capitale britannica, preferendo le esotiche ma pericolosissime foreste amazzoniche del Perù.

Olivia Colman in una scena di Paddington in Perù – fonte: Sony Pictures

Ma, nonostante new entry ed elementi di freschezza, il terzo capitolo cinematografico di uno degli orsetti più amati del cinema contemporaneo non ha la stoffa dei due lungometraggi precedentemente diretti da Paul King. Se difatti quest’ultimo attingeva visivamente da una tavolozza di colori e suggestioni che trasportavano le pagine di Michael Bond sul grande schermo con senso dello stupore e dell’immaginazione, qui Dougal Wilson preferisce adagiarsi su dettagli e situazioni narrative rassicuranti ma incolori, lasciando spazio ad un terzo capitolo che sì ha il sapore dell’avventura d’altri tempi (ogni riferimento alla saga di Indiana Jones non è puramente e consapelvomente casuale), ma che sembra al contempo fin troppo ancorato su stilemi destinati ad un pubblico di cinespettatori di stampo esclusivamente infantile.

Antonio Banderas in Paddington in Perù – fonte: Sony Pictures

Quando invece le due pellicole di Paul King erano nel tempo diventate inni cinematografici al valore della famiglia e dell’appartenenza che avevano trovato riscontri larghissimi anche in un pubblico più adulto, cinefilo e trasversale. In Paddington in Perù tutto questo sembra non trovare più spazio, salvato quasi esclusivamente dalle performance divertite ed istrioniche di Antonio Banders (qui inedito villain) e del premio Oscar Olivia Colman, sempre una garanzia.

Paddington in Perù arriva nelle sale italiane a partire da giovedì 20 febbraio con Sony Pictures.

VOTO: 2,5/5


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