Piazza Vittorio – La recensione del film documentario di Abel Ferrara

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Di Pietro Lafiandra

L’occhio della cinepresa non è un occhio oggettivo. Questo è uno dei grossi fraintendimenti non solo del rapporto che lo spettatore intrattiene con l’iper-proliferare di immagini che caratterizza il contemporaneo ma con gran parte del cinema “sociale” stesso. 

L’inquadratura è una cesura nello spazio. Riprendere vuol dire selezionare. La ricostruzione oggettiva di un evento o di una situazione è una condizione inattuabile che, anche quando dettata dalle intenzioni più pure, rischia di risultare moralistica.  Dovrebbero averlo a mente gli spettatori nell’interpretare un’opera e dovrebbero averlo in mente i registi nello strutturarla. 
In Piazza Vittorio di Abel Ferrara, presentato prima a Venezia e poi all’Otranto Film Fund Festival, l’occhio non è però solo quello di un regista dietro alla macchina da presa, ma è anche quello di uno straniero in terra nostrana. Due occhi che finiscono col coincidere, restituendo uno sguardo sia caldo che distante, umano e non moralistico nel rispecchiare la vita di Piazza Vittorio, a Roma, con il suo campionario umano, le sue paure, il degrado, il folklore multiculturale, le logiche di potere, l’integrazione e il suo rifiuto. 
Prima che un uomo-politicamente schierato, Ferrara è un uomo-regista e se ne ricorda ad ogni inquadratura: quella che restituisce al pubblico non è certo Piazza Vittorio, è la Piazza Vittorio di Abel Ferrara, e lo sa benissimo, ma è altrettanto conscio del fatto che la sua provenienza statunitense gli permetta di esercitare un giudizio emotivamente meno coinvolto di quanto lo potrebbe essere quello di un regista natio (Ferrara vive in Piazza Vittorio da tre anni) e sa anche che il suo sguardo è talmente sensibile che sarebbe un peccato relegarlo alla costruzione di un film mono direzionale. 
Sia chiaro, questo non vuol dire che Ferrara non empatizzi con la situazione degli immigrati romani — che poi altro non sono che suoi emuli, stranieri in terra nostrana, semplicemente meno privilegiati —, vuol semplicemente dire che la sua empatia è eterogenea, diretta anche a chi, attraverso goffe citazioni di Marx, nella lunga intervista nella sede di Casa Pound, denuncia con rabbia la sua stessa condizione di povertà e richiede una diversa distribuzione degli immigrati o anche a chi, con le lacrime agli occhi, chiede di essere aiutato e di “aiutare anche loro”.
Se Piazza Vittorio non è un film oggettivo, è un film “il più oggettivo possibile”, e riesce nel suo tentativo grazie alla ricostruzione non di una condizione sociale, ma di una piazza, un luogo -contenitore, un microcosmo attorno a cui girano registi e attori (Matteo Garrone e Willem Defoe), immigrati lavoratori di etnie diverse (un macellaio residente a Roma sin dagli anni ’80, una barista cinese che si è vista scippata e minacciata di morte da un rapinatore italiano), uomini e anziani irascibili di cui il film mostra la paura: non tanto paura dello straniero, quanto di una città multiculturale che non sentono più propria e in cui faticano ad orientarsi. 
A questa lucida fotografia romana contribuisce la grande varietà di forme di ripresa, sia da un punto di vista tecnico (alternano macchina da presa e smartphone), sia da un punto di vista formale (interviste dirette, scatti rubati, riprese di performance canore), che fanno di Piazza Vittorio un ritratto tanto euforico e tenero (perché euforico è il suo autore) quanto razionale e distaccato. Lo sguardo insomma di un newyorchese che torna nella terra dei suoi avi.

VOTO: 7/10


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