Pinocchio di Guillermo del Toro – La recensione del capolavoro d’animazione Netflix

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Di Simone Fabriziani

Pinocchio è un burattino di legno che nell’Italia fascista degli anni ’30 prende vita e sogna di diventare un bambino vero: un bambino che fa di tutto per vivere secondo le aspettative del padre e si strugge, in conflitto tra amore e disobbedienza. Un incipit curioso quello del Pinocchio di Guillermo del Toro, nuova versione della celeberrima fiaba di Carlo Collodi che il regista messicano premio Oscar, coadiuvato in cabina di regia da Mark Gustafson (si era occupato della direzione dell’animazione in Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson) ha realizzato per Netflix.

Era dal 2008 che Guillermo del Toro voleva mettere mano al romanzo educativo di Collodi, ma la tecnica di animazione richiesta per la sua personalissima visione ha sempre rinviato i progetti, fino a quando nel 2018 Netflix ne ha acquistato i diritti assegnando la regia della trasposzione allo stesso del Toro e a Gustafson. Il risultato è un vero e proprio atto d’amore verso gli spauracchi e i feticci cinematografici del cineasta messicano; a scrivere il nuovo adattamento della fiaba italiana, oltre a del Toro, è l’ottimo Patrick McHale, già autore delle acclamate serie animate Over The Garden Wall – Avventura nella foresta dei misteri e Adventure Time.

L’amore degli autori coinvolti nella trasposizione dark ed adulta di questo Pinocchio ha dato vita ad un appassionante e genuino viaggio in stop motion dove le fermate narrative dell’opera di Collodi vengono praticamente sradicate a favore di una rilettura audace e dai toni universali; forse l’unica che il capolavoro vetusto dello scrittore italiano meritava da tempo per il grande e piccolo schermo. Più che fiaba educativa improntata all’apologia del sistema educativo dell’Italia unita della fine del XIX secolo, il capolavoro animato di Guillermo del Toro si presenta cone un cautionary tale indirizzato più agli adulti che non ai bambini. A partire dall’inedito ritratto che ne fa di Mastro Geppetto, uomo distrutto dal dolore per la perdita del figlioletto e che dallo stesso dolore accecante plasma un fantoccio di legno che possa replicare la presenza e l’affetto dell’amato Carlo.

Un ribaltamento narrativo che trova pieno sviluppo quando il burattino di legno prende magicamente vita e delude le aspettative del padre putativo: Pinocchio difatti, non sembra per nulla seguire i passi del piccolo Carlo, ma che anzi porterà caos e colorato scompiglio nella vita di chi incontrerà nel suo avventuoso viaggio. Ed è qui che l’adattamento di del Toro si fa fiaba politica alla stregua di alcuni suoi precedenti lungometraggi: nel bel mezzo dell’Italia fascista, il bambino di legno si fa ideale promotore dei valori partigiani dell’epoca, essere animato che per magia rifiuta ogni suggerimento di omologazione e di qualsivoglia spinta totalitaria. Una vita vissuta senza fili a reggere il suo destino quindi, un impeto alla joie de vivre tipica dell’infanzia che nel Pinocchio del regista messicano trova la sua dimensione più archetipica ed universale, nonostante alcuni dettagli narrativi ed il setting storico-geografico tradiscano i dettami dell’ormai vituperata opera di Carlo Collodi.
Per i motivi sopracitati il Pinocchio targato Netflix funziona a meraviglia come gabinetto delle curiosità del cinema di Guillermo del Toro, sintesi genuina e commovente di tutte le sue ambizioni ed aspirazioni dietro la macchina da presa: ode alle amenità di essere un freak in tempi di intolleranza, cinema fortemente anti-fascista e libertario (come lo erano anche i suoi La spina del diavolo e Il labirinto del fauno), opus magnum della visionarietà di un regista che ha il coraggio di riscrivere le regole e i preconcetti di una delle fiabe più esportate in tutto il mondo dopo l’abbuffata a tratti indigesta degli ultimi, pedissequi adattamenti di Matteo Garrone e Robert Zemeckis.
Il film più importante di Guillermo del Toro quindi? No, forse semplicemente il suo testamento artistico più riuscito.

Pinocchio di Guillermo del Toro arriva nelle sale italiane dal 4 all’8 dicembre, su Netflix per tutti gli abbonati dal 9 dicembre

VOTO: ★★★★


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