Private Life – La recensione del film di Tamara Jenkins targato Netflix

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Di Giuseppe Fadda
Un film targato Netflix, che nella maggior parte dei casi non viene distribuito nelle sale cinematografiche, può essere considerato cinema? Questo è un dibattito che negli ultimi anni è andato intensificandosi e che vede contrapporsi due punta di vista ugualmente legittimi. Da un lato, è impossibile negare la superiorità dell’esperienza (non solo tecnico-visiva, ma anche emotiva) che si vive in sala rispetto a quella che si vive davanti a un televisore sul divano di casa propria. Ma d’altro canto, è sensato opporsi in maniera così testarda a un’evoluzione probabilmente inarrestabile e che, malgrado tutto, porta anche numerosi benefici agli spettatori?

Non è facile trovare una risposta definitiva alla questione. Ma, se una cosa è certa, è questa: in Netflix, moltissimi film di distribuzione indipendente, che probabilmente non vedrebbero mai la luce in altri casi, trovano una piattaforma per raggiungere un pubblico incredibilmente vasto e una visibilità che, se distribuiti al cinema, non avrebbero. E’ questo il caso di Private Life, l’ultimo film di Tamara Jenkins nonchè il suo primo dopo l’acclamato La famiglia Savage (2007). E per averci regalato un film così intimo e umano, Netflix dovrebbe avere la nostra gratitudine.  I protagonisti della storia sono Richard (Paul Giamatti) e Rachel (Kathryn Hahn), due coniugi di mezza età che cercano disperatamente di avere un figlio. I loro numerosi (e costosi) tentativi con l’inseminazione artificiale sono stati dei fallimenti; il loro unico tentativo con la fertilizzazione in vitro non solo non ha funzionato, ma li ha anche lasciati con un debito di 10000 dollari nei confronti di Charlie (John Carroll Lynch), fratello di Richard; la ragazza madre che li aveva inizialmente contattati come potenziali genitori adottivi del figlio è scomparsa senza dare più alcuna notizia. Richard e Rachel stanno per perdere le speranze quando si presenta a casa loro Sadie (Kayli Carter), la loro nipote acquisita: un’aspirante scrittrice con una personalità stravagante e una mentalità fortemente idealista, Sadie porta una ventata d’aria fresca nell’atmosfera di tensione che imperversa sulla casa. I due coniugi, dopo un’iniziale titubanza, chiedono a Sadie di essere la loro donatrice di ovuli: la ragazza accetta di buon grado, ma la situazione è più complicata del previsto.
La chiave del successo del film è in primo luogo la Jenkins, una regista meravigliosa dotata sia di un mirabile occhio estetico che di una grande sensibilità come artista. Con quest’opera, sfata il mito secondo cui un film indipendente non può essere visivamente e stilisticamente appagante: la regista e il direttore della fotografia Christos Voudouris adottano, coerentemente con la storia, uno stile misurato e intimistico ma al tempo stesso regalano ad ogni frame un’eccezionale eleganza compositiva. Ma ancora più importante è l’empatia con cui la Jenkins, anche in qualità di sceneggiatrice, tratteggia i personaggi della vicenda, per quanto i loro comportamenti possano essere discutibili se non addirittura sgradevoli. La grandezza della Jenkins sta proprio nella sua attenzione per i dettagli e per i personaggi secondari, che non vengono mai ridotti a delle mere macchiette ma sono sempre figure con cui lo spettatore può identificarsi o perlomeno empatizzare. La Jenkins ci offre uno sguardo sulla vita di queste persone ma senza filtrarlo attraverso un’ottica moralista, si fa messaggera, tramite con cui la storia può essere raccontata ma senza contaminarla con un giudizio perentorio, lasciando che siano i personaggi a parlare per sé stessi.
In un film che trae la sua forza dalla complessità e dall’autenticità dei suoi personaggi, la recitazione assume un’importanza fondamentale. Fortunatamente la Jenkins è una regista in grado di tirare fuori il meglio dai suoi attori, e infatti il cast di questo film è ineccepibile. Paul Giamatti regala una delle sue migliori interpretazioni degli ultimi anni, restituendoci il ritratto di un uomo stanco e deluso dai continui fallimenti e amaramente consapevole del fatto che ciascuno di questi fallimenti non fa che danneggiare il suo rapporto con la moglie. Kayli Carter forse non riesce a catturare tutte le sfumature del complicatissimo personaggio che è Sadie, ma riesce comunque a costruire un personaggio divertente, toccante e soprattutto credibile malgrado le sue eccentricità. Molly Shannon è sempre una garanzia e qui, nel ruolo della contrariata madre di Sadie, lascia il segno pur comparendo in poche scene. Ma è Kathryn Hahn a dare l’interpretazione più potente e memorabile dell’intero film: la Hahn è sempre stata un’attrice meravigliosa, ma raramente le è stata data l’opportunità di mostrare il suo talento tanto quanto in questo film. Qui, attinge sia dal suo tempismo comico che dal suo viso incredibilmente espressivo per offrire un ritratto tanto esilarante quanto devastante. E’ una performance ricca di sfaccettature e capace di commuoverti in modi e momenti completamenti inaspettati. 
Private Life forse avrebbe beneficiato di un montaggio più selettivo, dal momento che alcune sottotrame (in primis quella riguardante la relazione tra Sadie e un collega di Richard) risultano superflue. Ma si tratta in ogni caso di un vero e proprio gioiellino del cinema indipendente, un film che amalgama magistralmente dramma e commedia per raccontare una storia profonda e toccante. E’ l’ennesima prova dell’enorme talento della Jenkins e della sua intelligenza e umanità come storyteller. 
VOTO: 8/10


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