Roma 2018: American Animals – La recensione del thriller con Evan Peters e Barry Keoghan

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Di Daniele Ambrosini

Ispirato ad una storia vera, American Animals ricostruisce gli eventi che hanno portato una banda di rapinatori improvvisati a tentare di rubare dei libri molto rari attraverso una curiosa commistione di cinema di finzione e documentario, dove a narrare la storia sono i veri protagonisti della vicenda.

 Il tutto partì da due amici, Warren Lipka e Spencer
Reinhard, che nel 2003, disillusi dalle esperienze  universitarie,
presero la decisione di dare una svolta alle proprie vite. Dopo una visita
guidata nella sezione dedicata ai libri antichi della biblioteca della
Transylvania University, Warren crede di aver trovato la soluzione ai
suoi problemi in quell’incredibile tesoro: opere per milioni di dollari
sono sorvegliate a vista da una sola persona. Quello che all’apparenza
sembra un colpo perfetto, però, si rivelerà più complesso del previsto e
richiederà ai due un ulteriore aiuto. Durante le prime fasi della
pianificazione Warren vola in Olanda per incontrare un trafficante di
opere d’arte che sembra disposto a comprare i volumi. Spencer,
inizialmente riluttante, accetta poi di prendere parte al piano di
Warren.

Bart Layton imposta il suo film come una ricostruzione degli eventi realmente accaduti, di quelle che si fanno in tv, partendo dalla voce dei protagonisti per poi rendere per immagini il loro racconto. Stupisce come Layton sia in grado di utilizzare questo impianto televisivo e documentaristico per realizzare un film frizzante, energico e folle, dalla forte carica cinematografica. In apertura si può leggere che il film “non è basato su una storia vera”, ma “è una storia vera”, con questa semplice ed intrigante introduzione si capisce da subito lo spirito profondamente goliardico di American Animals. Layton non realizza un biopic o una semplice ricostruzione, piuttosto potremmo dire che gioca con la nostra percezione dei generi per realizzare una comedy thriller che nel suo essere “una storia vera” può permettersi di accentuare situazioni assurde ed improbabili. Quanto sia fedele alla storia reale alla fine poco importa dal momento che il regista riesce a convincerci di aver operato un’attenta ricostruzione dei fatti, che allo stesso tempo sono resi filmicamente in modo così originale da sembrare frutto della sua immaginazione. Perchè se non ci fosse detto più volte il contrario, non faticheremmo a pensare ad American Animals come un film originale.

La capacità di Layton di riuscire a cogliere l’ironia insita in ogni situazione, pure quelle più drammatiche e tese, è l’aspetto che rende il film vagamente surreale e che ne accentua la natura grottesca. L’ottima sceneggiatura del film, perfettamente in equilibrio tra i generi e sapiente nell’utilizzo degli espedienti narrativi ad essi legati, indaga da vicino un gruppo di outsider inquadrati sottolineandone costantemente i difetti, ma mai giudicati in modo negativo da Layton che, anzi, vedi in loro un esempio un po’ estremo di determinazione e audacia, uno strampalato modello di (anti)eroe moderno.
Per portare avanti questo suo divertente racconto dal retrogusto agrodolce Layton ha selezionato un gruppo di interessanti giovani interpreti che comprende il sempre troppo sottovalutato Evan Peters, il Barry Keoghan de Il sacrificio del cervo sacro e Blake Jenner, già protagonista di Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater.

VOTO: 8/10