Roma 2019: Light of My Life – La recensione del delicato survival drama diretto e interpretato da Casey Affleck

Seguici anche su:
Pin Share

Di Daniele Ambrosini

Dopo aver esordito alla regia nel lontano 2010 con lo stravagante mockumentary Joaquin Phoenix – Io sono qui!, con protagonista l’allora cognato, molto è successo nella vita di Casey Affleck, dal premio Oscar vinto per Manchester by the Sea alle accuse di molestie proprio sul set di quella prima esperienza dietro la macchina da presa. Ed ora, a quasi dieci anni di distanza, Affleck ha deciso di realizzare il suo primo film (interamente) di finzione, Light of My Life.

Casey Affleck è anche protagonista del film insieme alla giovane rivelazione Anna Pniowsky, nei panni di un padre disposto a tutto pur di tenere al sicuro la figlia. Light of My Life prende piede in un mondo distopico dove un misterioso virus ha causato la morte della stragrande maggioranza della popolazione femminile mondiale, mettendo in serio pericolo quelle considerate immuni, che sono ora segregate e controllate da una popolazione maschile che regna sovrana, in un clima di abbandono che potrebbe presto degenerare in anarchia. In questo scenario, il padre interpretato da Affleck per salvare la figlia, Rag, nata poco prima della diffusione del virus, decide di andare a vivere nei boschi, lontano da tutto e da tutti, e per precauzione le taglia i capelli e la fa vestire come un maschio.
Light of My Life è un film sorprendente, in grado di ribaltare completamente le aspettative dello spettatore e stravolgere un genere, a partire dalla primissima scena. Un’apertura inusuale per un survival movie ci mostra Rag e suo padre sdraiati nella loro tenda, dentro i loro sacchi a pelo, mentre quest’ultimo tenta di inventare una storia della buonanotte per la figlia, ormai undicenne. Dieci minuti che scorrono via e ci dicono da subito che Light of My Life sarà esattamente questo: un film su un padre e una figlia. 
Il film di Affleck appartiene a un filone della fantascienza che solitamente cade nel thriller, che sfrutta la fuga verso la salvezza e la lotta per la sopravvivenza per tenere lo spettatore con gli occhi incollati allo schermo e portare avanti la narrazione. In Light of My Life tutti questi elementi sono o del tutto assenti o secondari. A ben guardare in realtà Light of My Life non è un film di fantascienza, non è un thriller, non è un horror, non è tutto ciò che sarebbe lecito aspettarsi dalle premesse, ma è qualcosa di più, un film in grado di riflettere sugli elementi propri del cinema di genere e di trasportarli in un mondo altro, più intimo. 
Le poche informazioni che abbiamo sul virus e sui suoi effetti, sulla condizione delle donne sopravvissute, sul cammino che ha portato l’umanità fino a quel punto sono poche, pochissime, ed emergono piano piano nel corso del film e vanno ad accumularsi sullo sfondo. Nel film sono presenti dei flashback, che non ripercorrono gli antecedenti della “grande storia”, ma raccontano lo sconvolgimento del nucleo familiare dal momento che la madre di Rag, interpretata da una sfuggente Elisabeth Moss, scopre di aver contratto la malattia. Affleck preferisce raccontare la sparizione della figura femminile non a livello macroscopico, ma analizzandone gli effetti sui suoi protagonisti, raccontando il loro ultimo contatto con una donna che è una figura archetipica, una madre, una moglie, e conseguentemente è amore e stabilità. Le implicazioni sociologiche del racconto passano tutte attraverso il ritratto intimo di un padre e di una figlia in fuga dal mondo, piuttosto che dall’analisi di quel mondo, ed è una scelta molto coraggiosa. 
Bastano poche pennellate per mettere tutto sotto la luce giusta, per mettere in gioco quegli elementi secondari che, via via, vanno a creare un quadro vivido di una situazione che in realtà è lontana, ma è una minaccia sempre presente. Casey Affleck interpreta un uomo consapevole di questi rischi e che quindi spinge il pubblico ad identificare il mondo da cui tenta di fuggire come l’antitesi degli ideali che lui incarna. Per essere un personaggio in quel mondo narrativo lì, al di là del discorso dell’aderenza o non aderenza al genere, poi, è un personaggio incredibilmente virtuoso, che non impugna mai un’arma e che sa che evitare lo scontro e vivere sottotraccia è l’unico modo per aiutare la figlia, alla quale ha dedicato la vita. E in quest’ottica è molto interessante come la violenza faccia capolino nel racconto e come Affleck la tratti, svilendola. 
In questo caso il pretesto per l’allontanamento dalla vita cittadina è dettato da motivazioni proprie di un mondo distopico, e quindi non propriamente realistiche, ma Light of My Life, con i suoi protagonisti in fuga e pronti a tutto l’uno per l’altra, ricorda più Senza lasciare traccia di Debra Granik che The Road, per esempio. E, come molti film di fantascienza, appartenenti ad altri filoni narrativi ci hanno dimostrato negli ultimi anni, un approccio più intimo può creare risultati straordinari.
Dal punto di vista registico, Casey Affleck fa un lavoro eccellente. La sua è una regia rigorosa e ordinata, che rinuncia alle camere a spalla per la pulizia e la sensazione di oggettività della camera fissa. Il suo esordio nel cinema narrativo propriamente detto può dirsi pienamente riuscito. Light of My Life è un film molto dolce, in grado di ribaltare la retorica dell’eroe e della donzella in pericolo (occhio alla favola che apre il film) e di dire qualcosa sul ruolo della donna nella società, attraverso un racconto di formazione e di sopravvivenza intimo e molto personale, dove la crescita va a scontrarsi con i limiti imposti da una società ostile. Un film mai banale, destinato a deludere chi si aspetta qualcosa di più spettacolare e dal più ampio respiro, ma che sicuramente ricompenserà chiunque sia disposto a sottostare ai ritmi cadenzati del racconto e a farsi trasportare in questo viaggio in fuga dal mondo. 

VOTO: 8/10