Roma 2019: Waves – La recensione del dramma familiare di Trey Edward Shults

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Di Daniele Ambrosini

Trey Edward Shults con i suoi trentun’anni d’età è sicuramente uno dei giovani autori più interessanti del panorama indie americano, se non addirittura del panorama mondiale. Nel 2015 il folgorante esordio con il dramma (parzialmente) autobiografico Krisha, a cui è seguito due anni più tardi l’horror distopico It Comes at Night, e adesso arriva Waves, dramma familiare in due tempi presentato ed applaudito all’ultimo Telluride Film Festival che riporta il regista alle sue origini e allo stesso tempo gli permette di fare un passo in avanti, in una direzione inedita.

Waves è un film nettamente bipartito che segue due storie diverse, una conseguenza dell’altra. Protagonista della prima metà del film è Tyler, giovane e promettente atleta di colore proveniente da una famiglia benestante e cristiana, che lo spinge a dare sempre il meglio sottoponendolo ad una pressione enorme. Quando scopre di avere una grave infiammazione al tendine del braccio sinistro e di doversi sottoporre ad un’operazione, Tyler capisce che il suo futuro nel mondo del wrestling è praticamente finito. Da quel momento Tyler entra in una spirale discendente che lo divorerà e lascerà dietro di sé molto dolore. Ad affrontarne le conseguenze sarà la sorella, Emily, che nella ricerca della forza necessaria per perdonare il fratello scoprirà l’amore e i sacrifici che questo comporta. 
Waves è a tutti gli effetti strutturato per essere un film-onda: parte da un punto, si dirige in una direzione, e infine torna indietro, ovvero parte da una situazione di calma, discende nella tragedia e poi, nell’ultima parte, si avvia verso il recupero di quella tranquillità iniziale, per quanto apparente questa fosse e quanto instabile sia comunque destinata ad essere. È un film strutturato per avere due punti climatici, uno ascendente ed uno discendente, e per arrivare a questi due punti focali, Shults ripercorre gli stessi stati emotivi, ma in ordine inverso. Si tratta di una trovata strutturalmente davvero affascinante che dona consistenza al film nel suo insieme, assecondata a livello registico da una delle componenti distintive dell’istrionico e stratificato cinema di Shults: il cambio di formato. Sono tre i formati video che si alternano sullo schermo e che scandiscono il percorso emotivo dei due personaggi nelle loro sezioni narrative, e sono incredibilmente efficaci nel descrivere il rapporto tra il protagonista di turno e il mondo esterno, o meglio la sua apertura verso di esso.

Waves è un film ipercinetico, visivamente curatissimo il cui difetto principale è quello di spingere l’acceleratore al massimo sulla componente emotiva, finendo, talvolta, per calcare la mano più del necessario. Quello di Shults è un film carico di emozioni che non lascia allo spettatore neanche un attimo di respiro, che mette in bella mostra tutto, senza andare troppo per il sottile, volendolo dire in altri termini, Waves è un film che grida a squarciagola, costantemente, e che parla chiaro, senza troppi giri di parole. Film del genere tendono ad essere molto divisivi, e Waves sicuramente non farà eccezione. Una scrittura essenziale, votata alla semplicità assoluta, poi, risulta alle volte troppo calcolata, soprattutto a livello emotivo e finisce per appiattire certe situazioni che, seppur evidentemente basate su cliché e elementi narrativi ricorrenti del film di formazione, non risultano sufficientemente rielaborate da svincolarsi da una certa sensazione di deja vù, risultando poco efficaci. A differenza di Krisha, che pure aveva una certa teatralità nel modo in cui certe componenti emotive venivano messe in scena, Waves manca dell’essenzialità di quel film che, nonostante gli eccessi e i manierismi del caso, risultava essere molto intimo anche senza il sovraccarico di componenti emotive e narrative cui va incontro Waves.
Sarà la presenza di Alexa Demie nel cast e la fotografia patinatissima, ma per certi versi Waves ricorda un po’ Euphoria e la sua visione smaliziata ma ipercodificata dell’adolescenza nei sobborghi americani. Waves però è un dramma familiare, più interessato a raccontare il passaggio di consegna di un’eredità emotiva all’interno di un nucleo ristretto, che al dipingere un quadro generale della società nella quale sono inseriti questi personaggi. Il finale ha un respiro così ampio che forse mette in ombra questo aspetto, facendoci interrogare se Shults avesse altre intenzioni, se il punto della situazione alla fin fine fosse un’altro, ma a ben guardare è lo stesso svolgimento del film, la sua struttura narrativa, a suggerirci che sia proprio quello il focus. Waves, in fondo, è un film sulle emozioni e la loro forza dirompente, sulla necessità di affrontarle.

Ottime le performance attoriale, a cominciare da quella di Kelvin Harrison Jr., attore emergente che alla giovane età di 25 anni ha già un curriculum invidiabile, avendo preso parte a The Birth of a Nation, Mudbound, Assassination Nation e It Comes at Night, il precedente film di Shults, ma è in Waves che ci regala la sua migliore prova d’attore. Tyler è un personaggio brutale, fisico ed estremamente volubile, questo costringe Harrison ad un tour de force recitativo che lo porta a dover cambiare registro più e più volte, persino nella stessa scena, mantenendo sempre una grande intensità. Ottima anche Taylor Russell nei dolci panni di Emily, è lei la vera rivelazione di questo film. Ad accompagnarli in questo viaggio sul grande schermo c’è un Lucas Hedges mai così simpatico e vulnerabile (immaginate l’esatto opposto del suo personaggio in Manchester by the Sea, che vive una situazione simile), ma anche la star in ascesa Alexa Demie, e la vincitrice del Tony Renée Elise Goldsberry e il due volte premio Emmy Sterling K. Brown, qui impegnati nel ruolo dei genitori di Tyler e Emily.

Waves è un film senza compromessi, che non accetta mezze misure, e film del genere solitamente vanno incontro allo stesso trattamento simile da parte del pubblico che finisce per amarli o per odiarli, senza mezze misure. La verità, il più delle volte, sta però nel mezzo. E ci pare che questo sia proprio uno di quei casi. Che lo si riesca ad apprezzare fino in fondo o meno, comunque, è impossibile non riconoscere il lavoro titanico fatto da Trey Edward Shults nel portare in vita questo suo dramma familiare visivamente splendido, registicamente molto interessante, coraggioso ed ambizioso; che lui fosse un talento era ormai appurato, ma a questo punto la curiosità di vedere dove lo porterà il futuro è davvero tanta.
VOTO: 7/10