Venezia 76: A Herdade – La recensione del dramma familiare del portoghese Tiago Guedes

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Di Daniele Ambrosini

Protagonista de A Herdade è João, erede della più grande tenuta di tutto il Portogallo. In un prologo ambientato nel 1946 vediamo il padre che manda Joaquim, il suo giovane braccio destro, a chiamare il piccolo João per fargli vedere il cadavere del fratello, impiccatosi su uno degli alberi della immensa proprietà, così da insegnargli il valore del fallimento. Poi il film si sposta nel 1973, quando João ha preso il controllo, con Joaquim al suo fianco, la tenuta è al massimo della sua espansione ed è diventata quasi “una zona franca”, tanto da far preoccupare il governo. Con la rivoluzione comunista alle porte, però, le sfide da affrontare saranno diverse. La seconda metà del film, poi, è ambientata nel 1991, e si concentra sul periodo di decadenza del podere e sulle conseguenze che il rapporto tra João e Joaquim ha sui loro figli, ormai quasi adulti.
A Herdade è un dramma familiare che manca di precisione, che non ha messo bene a fuoco la propria materia narrativa. La decisione di procedere secondo una narrazione a blocchi, con salti temporali piuttosto importanti tra un “episodio” e l’altro, è indice della volontà di portare sul grande schermo una cronistoria di questa famiglia abbracciando tre diverse generazioni, ma così facendo finisce per risultare incredibilmente dispersivo. Il portoghese Tiago Guedes butta sempre più carne al fuoco, ma non ha un reale interesse nell’approfondire tutti gli elementi da lui messi in campo. Così, la metà del film ambientata nel 1973 finisce per diventare una enorme parentesi sul comunismo e la scena politica del paese, senza che, però, vengano mai davvero analizzate le implicazioni socio-politiche o anche solo familiari che questo comporta. E poi vengono introdotti una quantità eccessiva di personaggi secondari che, o sono del tutto privi di un proprio arco narrativo, o vengono, ad un certo punto, completamente messi da parte. Il salto temporale, come modalità di narrazione, in questo non aiuta, anche perché Guedes non si prende la briga di raccontare ciò che è successo nel mezzo, ma pretende di spiegare tutti i cambiamenti avvenuti da un passaggio all’altro attraverso brevi momenti presenti nel capitolo precedente: João è diventato un uomo tutto d’un pezzo perché suo padre ci è stato presentato come un uomo intransigente, e suo figlio diventa un fallito perché lui è stato troppo severo, il che risulta altamente riduttivo.
A non aiutare il film c’è anche il fatto che lo stacco tra la prima e la seconda metà, ovvero quelle ambientate nel 1973 e nel 1991, è molto forte. Un po’ come avveniva in Come un Tuono di Derek Cianfrance, l’ultima parte del film si concentra sui figli e le drammatiche ripercussioni che le azioni dei padri hanno su di loro, ma, purtroppo, qui il giochino non funziona, non solo perché i figli erano già dei personaggi nella prima parte e sono stati messi del tutto in secondo piano a favore di digressioni che non hanno avuto poi alcun effetto sul resto della narrazione, ma anche perché Guedes cambia drasticamente il tono del film nel tentativo di renderlo a tutti gli effetti un dramma familiare. Se fino a quel momento il film aveva adottato un tono piuttosto leggero, pur senza mai sfociare nella commedia, più ci sia avvicina al finale più il tono si fa inutilmente drammatico, tanto da rendere certe situazioni involontariamente comiche. Quando arriva il momento di tirare le fila, poi, si sfiorano i livelli di una soap opera. 
Nonostante le tre ore di durata, A Herdade non scava a fondo nei suoi personaggi, preferendo piuttosto fornire delle spiegazioni facili e superficiali. Ciò che sicuramente non aiuta il film è proprio il fatto che sia impossibile entrare in contatto con i protagonisti di questa storia, in particolare con João, colui su cui si regge l’intero impianto narrativo, perché la loro reticenza ad evolvere e la loro caratterizzazione essenziale che li rende quasi delle semplici maschere non crea il giusto livello di empatia. Solamente alla fine, quando l’aria si scalda e il clima si fa eccessivamente melodrammatico, si tenta di fare il punto anche su questi personaggi, affidando tutto al dialogo e facendo così diventare il finale eccessivamente didascalico e, francamente, anche noioso. Peccato però, perché finché non è diventato chiaro che il film sarebbe stato un mero esercizio narrativo che non sarebbe andato a parare da nessuna parte, A Herdade è stato una visione piacevole. 
VOTO: 4,5/10



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