Venezia 76: Ad Astra – La recensione del sci-fi di James Gray con Brad Pitt

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Di Simone Fabriziani

L’astronauta Roy McBride (Brad Pitt) ha il compito di ricercare per la galassia il padre (Tommy Lee Jones). Scomparso sedici anni prima in una missione tesa a trovare la vita aliena, l’uomo rappresenta una grande minaccia per tutta l’umanità. In concorso ed in anteprima mondiale alla 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, arriverà nelle sale italiane il 26 settembre Ad Astra – Missione Classificata.

Distribuito sul mercato internazionale da 20th Century Fox, Ad Astra è il debutto dietro la macchina da presa per il regista indie americano James Gray in un film prodotto da una major hollywoodiana; una sfida artistica che l’autore di drammi low budget apprezzati come Two Lovers e C’era una volta a New York ha afferrato con dedizione e un pizzico di coraggio, affrontando la varietà abbondante di space movies che negli ultimi anni hanno fatto da padrone ad Hollywood (si sprecano su tutti i paragoni con lungometraggi premiati come Gravity e Interstellar, tra gli altri). Ma l’ambizione di Ad Astra – Missione Classificata è ancora più alta: mescolare i migliori elementi e temi del sci-fi d’autore di registi come Alfonso Cuaròn, Christopher Nolan e non ultimo Damien Chazelle (regista di apertura proprio lo scorso anno a Venezia con First Man – Il primo uomo) con una struttura del racconto che ricorda deliberatamente il “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, da cui il capolavoro cinematografico del 1979 Apocalypse Now.

James Gray, co-sceneggiatore assieme a Ethan Gross, firma un lungometraggio spaziale che però puzza di stantio e di vecchiezza sin dall’inizio: il viaggio iper-galattico fino ai confini conosciuti alla ricerca del padre perduto, pecca non solo di ambizione nel tentativo di confezionare una fantascienza autoriale che cerchi di rispondere ad una delle domande fondamentali della vita (siamo soli nell’universo?), ma debutta sui grandi schermi di tutto il mondo fuori tempo massimo: impossibile non ritrovare atmosfere e temi già affrontati nel Gravity di Cuaròn, senza scomodare il classico senza tempo di Francis Ford Coppola, da cui il romanzo di Conrad qui traccia scheletrica di ispirazione primaria.
Presentato al pubblico e alla stampa viaggio tra le stelle che ha il sapore di terapeutica introspezione psicologica sui rapporti conflittuali tra padre e figlio, Ad Astra fallisce tenuemente dove invece avrebbe dovuto colpire ed affondare con maggiore potenza: il film di James Gray è, in fondo alla sua scorza di blockbuster d’autore, una disamina sulla solitudine, sulla paura irrisoluta del rimanere ed essere soli, sia come padri, come figli e come esseri umani. Un lungometraggio che non ha nemmeno paura ad affondare le proprie radici narratologiche nel miglior cinema di Terrence Malick, risultando però alla fine uno scatolone dalle magie tecniche e visive sopraffino, ma che limita l’occhio di Gray al puro manierismo fuori tempo massimo, intrappolato com’è tra ambizioni da grande cinema d’autore e spettacolo interstellare forse (troppo) rivisitato negli ultimi anni per lasciare un segno distintivo. Oltre alla star Pitt, nel cast anche il premio Oscar Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, Ruth Negga e Liv Tyler.
VOTO: 6/10


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