Venezia 76: Babyteeth – La recensione dell’opera prima di Shannon Murphy con Eliza Scanlen e Ben Mendelsonh

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Di Daniele Ambrosini

Molto atteso a Venezia, Babyteeth, adattamento dell’omonima opera teatrale di Rita Kalnejais, anche sceneggiatrice del film, segna l’esordio alla regia di un lungometraggio dell’australiana Shannon Murphy, seconda e ultima regista donna in concorso al Lido quest’anno. Il suo è un coming of age agrodolce, nonché una delle più gradite sorprese del concorso ufficiale di questa edizione del festival veneziano. 

Protagonista del film è Eliza Scanlen nel ruolo di Milla, una ragazza di sedici anni con un passato medico importante che, poco prima di ricominciare un nuovo ciclo di chemioterapia, conosce e si innamora di Toby, uno sbandato dal cuore d’oro che, abbandonato dalla sua famiglia, vive alla giornata. I due, pur appartenendo a due mondi diversi, si trovano e lei decide di presentarlo ai suoi genitori con risultati disastrosi. Preoccupati dalla differenza d’età, il ragazzo ha infatti 23 anni, e dalla cattiva influenza che lui potrebbe avere sulla figlia, che si trova in una situazione di grande fragilità, Henry e Anna pensano che sia meglio che i due non si frequentino più, ma questo non basterà a fermare Milla e Toby.
Babyteeth è un coming of age sulla malattia, il cancro nello specifico, un filone diventato estremamente popolare negli ultimi anni; ma a differenza della maggior parte dei prodotti di questo genere, il film della Murphy ha un punto di forza non indifferente: è leggero. Babyteeth è un film pieno di ironia e leggerezza, che non calca mai la mano sugli aspetti più drammatici e stucchevoli propri della retorica legata alla condizione della sua protagonista, ma li mette in secondo piano rispetto a tutto il resto. Questo è un film di relazione vero e proprio dove ad essere centrali sono i rapporti tra i quattro protagonisti, che vanno ben al di là della semplice malattia di Milla, tanto che questa diventa sempre più secondaria rispetto alla narrazione principale. Già dal titolo, che allude ad una particolarità della protagonista, che possiede ancora un singolo dente da latte, è chiaro che il tema centrale del film sia quello della crescita, ma più nello specifico del conseguimento della maturità, visto anche il peso che quel dente arriverà ad avere a livello narrativo, e in quest’ottica possiamo parlare di un film di formazione in piena regola.
Babyteeth si potrebbe definire come un film a metà strada tra Quel fantastico peggior anno della mia vita e American Honey che rielabora le tematiche della malattia e della ribellione giovanile con un piglio gentile e un candore tangibile. Si tratta di un film dolce, in grado di giocare con una fotografia colorata e la giusta dose di ironia per creare un’atmosfera per lo più distesa, che però ben si presta al cambio di tono richiesto da certi movimenti di trama. Perché, ovviamente, Babyteeth non è una commedia, e per quanto possa giocare con la leggerezza ciò che è fondamentale per un film del genere è la gestione dell’alternanza dei toni richiesta dal genere, ovvero l’efficacia con cui vengono gestiti i momenti più drammatici. Bisogna dire che questa alternanza funziona molto bene per buona parte del film, soprattutto quando questo si fa film di relazione. 
A conti fatti l’argomento centrale del film è la complicata storia d’amore tra Milla e Toby ed è proprio lì che il film rende al meglio, quando sono solo loro due. Babyteeth è anche un film sulla malattia, ma questa resta un argomento secondario per buona parte del film, tanto che si fatica, in un primo momento, a connettere con il finale, dove questa diventa centrale. In questo frangente ad una sapiente gestione dell’alternanza dei toni non corrisponde un eguale bilanciamento della materia narrativa; l’evoluzione della sottotrama legata al cancro risulta, infatti, discontinua e si ha l’impressione che il terreno per il toccante finale non sia stato adeguatamente preparato nella seconda metà della pellicola, che sia una svolta molto, forse troppo repentina.
Scritto in maniera misurata, in grado di effettuare delle riuscite ellissi narrative e di dedicare il giusto spazio all’approfondimento di tutti i suoi protagonisti, e diretto in maniera semplice ma efficace da una regista con un occhio educato e amorevole, Babyteeth è un buon film, una graditissima sorpresa, il cui unico difetto, forse, è quello di non abbracciare completamente la sua natura di film di genere, rimandando fino all’ultimo un discorso che in realtà sarebbe potuto essere parte integrante dell’intera operazione e non solo una postilla. Ad elevare il tutto ci sono le eccellenti performance di Ben Mendelsonh e della Essie Davis di Babadook nel ruolo dei genitori di Milla, che affrontano due percorsi completamente diversi per imparare a gestire in maniera salutare le proprie emozioni, ma soprattutto di Eliza Scanlen, la giovane rivelazione di Sharp Objects, e Toby Wallace, sono loro due i veri mattatori del film. Non è da escludere la possibilità di un premio attoriale qui al Lido. 

VOTO: 7,5/10