Venezia 76: Il sindaco del Rione Sanità – La recensione del film di Mario Martone

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Di Daniele Ambrosini

Ad un anno di distanza da Capri-Revolution Mario Martone torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con Il sindaco del Rione Sanità, una trasposizione molto fedele dell’omonima opera teatrale di Eduardo De Filippo, recentemente riportata sul palcoscenico proprio dallo stesso Martone, che ha deciso di riproporre il lavoro svolto in quella occasione sul grande schermo con l’ausilio dello stesso cast con cui aveva già collaborato. Una scelta che si trasforma in un esperimento metacinematografico, o meglio metateatrale, sicuramente interessante, ma non eccelso.
Antonio Barracano è un malavitoso dal cuore d’oro, una specie di paciere che tiene in mano il Rione Sanità e protegge quelle che definisce le vere vittime della società, gli ignoranti, da chi li sfrutta costantemente per arricchirsi e fare i propri interessi. Nel corso di una giornata si presentano alla sua porta una serie di individui con delle faide da risolvere, debiti onerosi da estinguere e problemi familiari particolarmente insidiosi e lui li aiuta tutti come può. Il suo “medico” che per anni ha operato nell’illegalità è pronto ad andarsene e cambiare vita, raggiungendo suo fratello negli Stati Uniti, ma Antonio non ha intenzione di permetterglielo. Ma ciò che scombussola definitivamente la giornata di Antonio e del suo “team” è l’incontro con un uomo particolarmente ostinato nel ripudiare il figlio che, per ripicca, chiede ad Antonio il permesso di ucciderlo.
Il sindaco del Rione Sanità è una trasposizione nella misura in cui è davvero difficile parlare di adattamento, poiché la versione dell’opera di De Filippo portata in scena da Martone è tanto fedele nelle strutture, le scene e i dialoghi all’opera originale, quanto legata a delle logiche di messa in scena puramente teatrali. O meglio, è un film dalle logiche così poco cinematografiche, così legato alla sua natura di film-meta, al suo essere ostinatamente e sfacciatamente teatrale nelle soluzioni sceniche e nella recitazione, che si fatica a comprendere il perché di questa operazione. Il sindaco del Rione Sanità è da una parte un sentito omaggio ad un’opera bellissima e molto attuale, mentre dall’altra è un film non-film fine a sé stesso.
Non si può propriamente parlare di trasposizione perché questo gioco di rimandi alla natura dell’opera, che è parte integrante del film stesso, spesso rende impossibile il compromesso, così molte situazioni che sicuramente funzionano meglio in ambito teatrale, risultano poco efficaci in ambito cinematografico. L’impressione è proprio quella che il passaggio da un medium all’altro, che solitamente è il terreno di gioco di un adattamento, qui non solo non sia stato gestito al meglio, ma che si sia fatto solamente il minimo necessario. In questo modo risultano riuscite non solo una serie di trovate sceniche, ma pure la gestione dei tempi dell’opera stessa, che forse avrebbe beneficiato di un minutaggio più breve e di un tono leggermente più serio, perché trattandosi di una commedia pura per buona parte della sua durata ed adottandone appieno lo spirito, il passaggio ai frangenti più seri non è gestito al meglio, perché a teatro per passare dal dramma alla commedia basta un attimo, al cinema bisogna costruire. Si ha l’impressione che il film si sia “perso nella traduzione”.
In definitiva Il sindaco del Rione Sanità è un buon omaggio al commediografo napoletano, divertente e abbastanza scorrevole, per chi scrive sicuramente più interessante e riuscito del precedente Capri-Revolution, ma come film è un prodotto senza infamia e senza lode, il cui gradimento dipende soprattutto dal livello di sopportazione della riproposizione continua di certe logiche teatrali e dal giochetto metafilmico instaurato dal regista, che può non piacere come non.
VOTO: 5,5/10