Venezia 76: The Burnt Orange Heresy – La recensione del film di chiusura

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Di Massimo Vozza

Film di chiusura fuori concorso di Venezia 76 e seconda opera del regista Giuseppe Capotondi (La doppia ora) che torna a presentare il proprio lavoro nuovamente al Lido dopo dieci anni, The Burnt Orange Heresy è un contemporaneo thriller noir ambientate nel mondo dell’arte coprodotto da Regno Unito e Italia.
Tratto dal romanzo “Il quadro eretico” di Charles Willeford, il film racconta del carismatico critico d’arte James Figueras e della relazione che inizia con la provocante e attraente americana Berenice Hollis nell’Italia di oggi. Quando i due amanti raggiungono l’opulenta tenuta sul lago di Como di Joseph Cassidy, un potente collezionista d’arte e mecenate di Jerome Debney, il solitario J.D. Salinger dell’ambiente artistico, James riceve una richiesta molto diretta: deve sottrarre a tutti i costi un capolavoro dallo studio del pittore. Trascorrendo del tempo con il leggendario artista, la coppia inizia a rendersi conto che però, per quel che riguarda sia Debney che la loro missione, nulla è come sembra.
Il discorso sul valore artistico dell’opera d’arte, l’autenticità e l’interpretazione che la critica e gli studiosi danno a un determinato lavoro, che si trova alla base del monologo del protagonista che apre il film, si lega strettamente con lo sviluppo della narrazione dove niente è come sembra e si intreccia al genere prescelto per questo racconto di menzogne, genere che la sceneggiatura segue con rispetto senza grandi reinvenzioni o divagazioni. Principalmente però è l’ambizione a portare avanti The Burnt Orange Heresy, quella del personaggio di James in particolare, la quale si incontra e scontra con la morale: il critico è sin da subito l’antieroe che tanto piace al cinema contemporaneo ma solo con lo scorrere dei minuti si arriva a scoprire quanto sia capace di spingersi oltre il limite (seppur sia sempre chiaro il perché, il suo scopo).
A non spingersi abbastanza oltre invece è l’impianto artistico del titolo in generale, che procede dritto verso il suo obiettivo a volte stancando tra un momento di rivelazione/svolta e l’altro. Seppur non manchino dialoghi ben costruiti, alcune trovate visive davvero ben curate e una buona prova recitativa dal cast internazionale composto da Claes Bang, Elizabeth Debicki, Mick Jagger e Donald Sutherland, l’opera di Capotondi non sfrutta fino in fondo le potenzialità del progetto, rischiando poco e niente. Senza spingersi fino alla criminalità, forse al regista sarebbe servito imitare maggiormente il suo protagonista, pronto davvero a tutto per farcela e realizzare il sogno di una vita nonostante il passato non smetterà mai di perseguitare chi subdolamente pensava di averla fatta franca perché la verità e l’autenticità sono le uniche ad aver un valore inestimabile, al di là di quello che si possa effettivamente far credere.
VOTO: 6,5/10

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