Venezia 76: The Perfect Candidate – La recensione del racconto al femminile di Haifaa al-Mansour

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Di Daniele Ambrosini
Maryam è una dottoressa in un pronto soccorso di una piccola provincia in Arabia Saudita. Il suo è l’unico centro attrezzato ad ospitare pazienti nella zona, ma nonostante questo è a corto di fondi e maltenuto. Il problema principale, quello che più di tutti indispettisce l’intelligente e intraprendente Maryam, è l’assenza di una strada asfaltata che colleghi l’ospedale alla città. La strada è, infatti, dissestata e potenzialmente pericolosa per i pazienti trasportati nella struttura. Essendo una donna, alcuni di loro si rifiutano di farsi curare da lei, preferendo piuttosto essere affidati a degli inesperti infermieri.

Maryam tenta di cambiare le cose, mostrando quel minimo di dissenso che le è concesso mostrare, ma non viene mai ascoltata. Questo finché un giorno non le viene impedito di prendere un aereo per recarsi ad una importante conferenza ed è costretta a chiedere aiuto ad un amico di suo padre, un funzionario del comune troppo impegnato a ricevere i candidati al consiglio comunale per incontrarla, così il segretario le dice, pensando di farla desistere, che o si candida o non potrà entrare nel suo ufficio. Maryam compila il modulo, all’inizio solo per avere una scusa ed ottenere quell’incontro, ma poi si convince che correre realmente per la carica potrebbe essere il modo migliore di ottenere ciò , in quel momento, le sta più a cuore: una strada asfaltata davanti al pronto soccorso.
 Attraverso il ritratto di Maryam Haifaa al-Mansour realizza un affresco moderno e molto vivido del suo paese, l’Arabia Saudita. Il film è ambientato nel periodo immediatamente successivo all’ondata di riforme politiche e sociali annunciate dal principe Mohammed bin Salman nel 2017, grazie alle quali le donne hanno ottenuto la facoltà di guidare un’auto e i concerti e le proiezioni cinematografiche sono tornate legali dopo oltre trent’anni di totale repressione di qualunque manifestazione artistica pubblica. Quello che ci presenta la al-Mansour è un paese che sta cambiando, ma lentamente. 
La prima volta che vediamo Maryam la vediamo al volante e subito dopo sul suo posto di lavoro. In questo modo è chiaro fin da subito con che tipo di donna abbiamo a che fare, ma soprattutto è chiaro il suo rapporto con la società nella quale è inserita, è chiara la sua involontaria rilevanza come entità politica. E proprio quest’ultimo aspetto è quello che interessa alla regista. Non è un caso che la dimensione politica del personaggio sia introdotta prima di quella privata, come non è un caso che proprio nel suo privato la figura più rilevante a livello narrativo sia il padre, un musicista che per la prima volta in vita sua può suonare di fronte ad una platea, una persona direttamente influenzata dal promesso cambiamento.


Attraverso un racconto dolceamaro, costantemente in bilico tra commedia e dramma, senza mai eccedere in una direzione o nell’altra, la al-Mansour ricostruisce in maniera estremamente lucida e appassionata la situazione socio-politica del suo paese. Ciò che risulta maggiormente interessante in questo processo è che pur denunciando l’ipocrisia di un sistema che sembra starle stretto, e pur utilizzando un tono leggero, da commedia, la regista non finisca mai per portare The Perfect Candidate nel territorio della satira o della denuncia politica vera e propria, il suo è uno sguardo pulito e onesto, sinceramente amareggiato, ma non disilluso o arrabbiato. Anzi, pure se sembra insinuare che quel cambiamento promesso non è in realtà mai arrivato, o almeno, è arrivato in forme estremamente ridotte, questo è ancora possibile, ed è qualcosa a cui bisogna ambire. 
Quando Maryam si candida alle elezioni comunali qualcosa succede, fa notizia, genera indignazione, come prevedibile, ma la cosa si spegne subito. Questo perché nessuno è davvero convinto che possa ottenere quel seggio e perché nessun uomo (la stragrande maggioranza degli elettori) ha intenzione di votarla. Quello descritto in The Percfect Candidate è un mondo dove quel cambiamento arriva con grande fatica poiché incontra e incontrerà sempre una grande opposizione, ma non è detto che non arrivi. 
Tutto, ad un certo punto, si riduce, banalmente e inevitabilmente, a due semplici possibilità: vincere o perdere. Ma in corso d’opera la regista ci suggerisce che, in realtà, non è così semplice. Il confine si fa più labile e dietro ad ogni vittoria si nasconde una sconfitta, ma anche viceversa, e distinguere tra l’una e l’altra diventa più complicato, più sottile, si fa questione di sfumature. E quel cambiamento quando arriva, nella forma in cui arriva, porta con sé un po’ dell’una e un po’ dell’altra. E questa è sicuramente la riflessione più importante portata avanti dal film.
Gradevole per tutta la sua durata, The Perfect Candidate è un film che scorre molto bene, che arriva alla fine con grazia e dignità, intrattenendo con una storia costantemente interessante e ricca di spunti di riflessione, pur mantenendo un ritmo costante e privo di particolari stravolgimenti. È un film riuscito che forse avrebbe avuto bisogno di un po’ più di brio, di vivacità, perché alla lunga l’uniformità con cui il racconto viene portato avanti rischia di essere scambiata per monotonia, per piattezza, e questo è un peccato per un film che in realtà propone una storia ricca di sfaccettature. Molto efficace ed esemplificativo della ricchezza della scrittura del film, è il finale, coerente seppur non originalissimo, nel quale il percorso compiuto da Maryam viene messo in prospettiva in maniera molto intelligente, lasciando sottintendere le vere intenzioni dell’intera pellicola.
VOTO: 7/10


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