Venezia 74: Angels Wear White – La recensione

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Di Daniele Ambrosini

Con Angels Wear White possiamo dire di aver trovato un tema ricorrente nelle pellicole in concorso a Venezia quest’anno: la giustizia. Infatti dopo Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e Il Terzo Omicidio, anche Angels Wear White torna ad occuparsi dell’argomento, aggiungendo interessanti spunti di riflessione ed affrontando il tema in modo del tutto diverso da come fatto nei film di McDonagh e Koreeda. Il film di Vivian Qu è inoltre profondamente connesso ad altre tematiche di grande attualità che parlano ad un pubblico universale, e questo lo rende un serio contendente per il Leone d’Oro.

Due bambine, appena dodicenni, vengono violentate da un potente dirigente d’azienda in un motel. L’unica testimone del loro arrivo è Mia, una ragazza che si trova nel paese illegalmente e che perciò mente per non avere guai quando la polizia viene a chiederle di quella notte. Anche il proprietario del motel non desidera affatto che lei collabori per paura di essere costretto a chiudere. Eppure Mia ha avuto la prontezza di salvare un video delle telecamere di sicurezza che dimostra la presenza del dirigente e delle due bambine la notte dei fatti. Per i genitori e le bambine inizia un’odissea per ottenere giustizia poiché non sembrano esserci prove evidenti di quello che è successo quella notte.
Se in Il Terzo Omicidio la giustizia corrisponde alla legge e in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri era lo scopo da perseguire a qualunque costo, pur spingendosi in zone ambigue della moralità, in Angels Wear White la giustizia è sfuggente. I personaggi sono costretti a scegliere se fare la cosa giusta, quella più difficile, o assecondare i propri interessi personali scendendo a patti con la loro moralità. Addirittura ci si chiede cosa succederebbe se, una volta deciso di agire correttamente, si fosse ostacolati dalle autorità che dovrebbero garantire quella giustizia nella quale tanto speravano. Anche se non ne sono consapevoli i protagonisti di Angels Wear White sono scossi da questa diatriba interiore, il padre di una delle due bambine in uno dei momenti clou del film domanda ai genitori dell’altra bambina: “Che ne è della giustizia?”, e per il resto del film noi ce lo chiediamo con lui. 
Vivian Qu alla sua seconda prova dietro la macchina da presa realizza un film misurato ed elegante, privo di particolari guizzi registici ma comunque formalmente molto bello. Il tatto dimostrato trattando temi scottanti e l’accurata riflessione di cui sopra confermano il film come uno dei maggiori contendenti per il Leone d’Oro o quanto meno per uno dei premi principali.
VOTO: 7,5/10 

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