29 agosto 2018

Venezia 75: Il primo uomo - La recensione del film di Damien Chazelle con Ryan Gosling

Di Massimo Vozza

First Man, film d’apertura di Venezia 75, non è un film sul primo allunaggio. Per il regista Damien Chazelle l’evento più seguito nella storia, le cui immagini sono entrate anche nella memoria di chi non le ha vissute per motivi anagrafici, diviene la scusa per parlare di altro e per fare del grande cinema.

That's one small step for man, one giant leap for mankind” disse Armstrong appoggiando il piede sulla superficie lunare, e quell’uomo (e non l’umanità) è proprio ciò che si trova al centro di quest’opera. La simbiosi con il personaggio interpretato da Ryan Gosling è immediata dalla prima scena e crea subito intimità, soprattutto attraverso un sapiente uso della soggettiva, adoperata in primis per raccontare i momenti più carichi di tensione. E se non si tratta di soggettive, ecco che la camera si sofferma sugli occhi del protagonista: quando non siamo lui gli stiamo comunque davanti, attaccati. Il giovane cineasta torna anche a far “danzare” la cinepresa ma in un modo inedito: stavolta è principalmente l’uso della macchina a mano a far vibrare le inquadrature, sia nelle scene più adrenaliniche sia per indagare il privato, accompagnate dal montaggio serrato e ritmico di Tom Cross al quale il suo cinema ci aveva già abituati.

La squadra vincente del regista si ripropone però anche su altri comparti tecnici, che infatti finiscono per funzionare nuovamente più che egregiamente: dalla fotografia a una memorabile colonna sonora composta nuovamente da Hurwitz. Anche il ritorno di Ryan Gosling sotto la sua direzione è stato una scelta vincente insieme alla new entry Claire Foy: pur essendo il suo personaggio la tipica moglie da film biografico, la sua resta la prova recitativa più degna di nota. La sceneggiatura, scritta da Josh Singer e tratta da "First Man: The Life of Neil A. Armstrong", è pulita e lineare, forse troppo, e, nonostante un rallentamento verso la metà film, riesce a mantenere un buon ritmo.

L’aspetto che colpisce maggiormente è come Chazelle abbia nuovamente ripreso una tipica storia americana, più volte trasposta dal cinema hollywoodiano e per molti aspetti “classica”, e sia riuscito a tirar fuori un film così contemporaneo affrontando, insieme a quello apparente dell’ambizione, un tema del tutto nuovo per la sua filmografia: quello della morte (torna alla memoria una delle caratteristiche di Gravity a tal proposito). First Man difatti è proprio questo: vita e morte, privato e pubblico, lutto e rinascita. E ovviamente è, nonostante la mancanza di qualcosa di veramente sorprendente, grande cinema.

VOTO: 8/10

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