Quali sono i più grandi film della storia del cinema? Awards Today Risponde

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Di Redazione

Una missione ardua quella di elencare i lungometraggi più seminali della Storia del Cinema, praticamente impossibile. Non esistono classifiche che reggono, opinioni che contano, punti di vista che siano sufficientemente esaurienti: non basterebbe nemmeno una lista di 100 film a racchiudere tutte le potenzialità della Settima Arte.

Ma noi della Redazione abbiamo voluto divertirci; ogni redattore ha avuto la chance di elencare soltanto tre titoli del presente e del passato che hanno reputato nel corso della loro esperienza di spettatori, appassionati o cinefili, come colonne portanti definitive della Storia del Cinema, senza se e senza ma. Certo, tre titoli sono considerevolmente riduttivi e fin troppo parziali, ma incrociando le nostre scelte il risultato è stato omogeneo, curioso, stimolante e a tratti sorprendente.

Ecco le scelte della Redazione:

Le scelte di Simone Fabriziani

8 e mezzo (1963) dir. Federico Fellini

Oltre ad essere il film in lingua italiana più celebrato dalla critica internazionale di sempre, l’8 e mezzo di Federico Fellini è anche stato il primo film nostrano a ricevere più di un premio Oscar: oltre a quello sacrosanto per il miglior film straniero, anche quello ai migliori costumi. Il capolavoro assoluto del regista romagnolo è anche uno dei lungometraggi più seminali nella storia della settima arte, dal carattere fortemente umanista: oltre ad essere una spietata e lisergica disamina sul mestiere del fare cinema come nessun altro titolo mai più da allora, 8 e Mezzo è anche e sopratutto un film che mette di fronte allo spettatore il mondo degli uomini contro quello delle donne. I viaggi onirici di Guido Anselmi (l’insuperabile Marcello Mastroianni) tra presente e passato e il suo rapporto conflittuale ma sacro con le donne della sua vita sono la proiezione inconscia non soltanto delle esperienze del regista Fellini, ma una dura e quantomai ironica condanna del maschilismo preponderante della cultura occidentale, contrapposto alla vitalismo della figura femminile, vero e proprio deus ex machina nella crescita e formazione del genere maschile.

Persona (1966) dir. Ingmar Bergman

Dalla lotta tra i generi sessuali e l’influenza freudiana delle donne nell’inconscio di Fellini all’universo femminile in toto. Persona di Ingmar Bergman spezza per la prima volta nella storia del cinema il racconto per immagini di natura psicologica. Dall’indimenticabile e disturbante introduzione di immagini scioccanti, violente, senza apparente filo logico fino al rapporto tra le due protagoniste (l’infermiera in crisi esistenziale Bibi Andersson e l’attrice teatrale in stato di shock Liv Ullmann), il film più celebrato del regista svedese naviga con in maniera totalmente inedita all’interno dell’universo femminile. Donne, mogli, compagne, amanti, madri, complici, attrici fuori e sul palcoscenico, le due protagoniste di Persona sono il gioco cinematografico definitivo alla scoperta di cosa significhi appartenere al genere femminile. Un gioco di maschere, in cui un’identità si fonde con l’altra e viceversa, confondendo lo spettatore e lasciando un’eredità di molteplici chiavi di lettura ancora oggi ampiamente dibattute da pubblico e critica.

2001: Odissea nello spazio (1968) dir. Stanley Kubrick

Dall’universo prima maschile e poi femminile, al grande racconto epico dell’umanità stessa e del suo significato più recondito. Con l’epocale 2001: Odissea nello spazio il regista statunitense Stanley Kubrick racconta con una potenza visiva senza precedenti il lungo cammino dell’essere umano: da evoluzione della scimmia alla conquista dello spazio, l’Uomo di Kubrick è destinato al dominio dei cieli, della terra e e degli astri che lo proteggono dall’alto. Sulle note del valzer più celebre di Strauss, il regista statunitense cambia per sempre il modo di fare cinema e di raccontare la Storia con la s maiuscola, ponendo dubbi e dilemmi etici sul significato della vita e sui pericoli del progresso scientifico-tecnologico ancora oggi insuperati. Poco importa se alla fine del lungometraggio l’astronauta di Keir Dullea attraversi un buco nero per raggiungere il mistero assoluto del monolite millenario: la risposta al mistero finale della non esiste, oggetto sfuggevole e vano nelle mani di un Uomo universale abile e progredito, ma che nulla può contro forze più grandi e potenti delle sue stesse capacità. Un pessimismo “cosmico” sulla grande avventura millenaria dell’essere umano che non ha avuto eguali nella storia della settima arte.

Le scelte di Massimo Vozza



Biancaneve e i sette nani (1937 ) dir. William Cottrell, David Hand, Wilfred Jackson, Larry Morey, Perce Pearce, Ben Sharpsteen

Un film con cui innumerevoli generazioni sono cresciute (e che probabilmente continuerà a crescerne chissà quante altre) senza il quale il cinema come lo conosciamo oggi non sarebbe lo stesso è indubbiamente Biancaneve e i sette nani di David Hand, prodotto da Walt Disney. Il primo lungometraggio della Walt Disney Productions, nonché il primo d’animazione statunitense e interamente a colori, tratto dall’omonima fiaba dei fratelli Grimm, possiede non soltanto un indubbio valore artistico evidente anche oggi nella cura dei dettagli, capace di sintetizzare titoli di successo a lui contemporaneo e quelli tedeschi espressionisti, l’arte europea medievale e la tradizione statunitense del musical, ma soprattutto presentava la formula caratteristica che avrebbe reso grandi molte delle future produzioni disneyane, anche contemporanee: l’elemento fiabesco, un’attenzione particolare per la colonna sonora e le canzoni (capaci di ottenere svariati riconoscimenti), la volontà di riportare sul grande schermo culture anche molto differenti da quella americana, il lasciare ampio spazio alle spalle dei diversi protagonisti con valenza perlopiù comica, e, non da poco, riuscir a raccontare di principi e principesse riferendosi a un pubblico ampio, di maschi e femmine, grandi e piccini. Senza l’impegno per quel film uscito nel 1937 e il meritato successo che seguì (Oscar alla carriera, apprezzamenti da registi del calibro di Ėjzenštejn, dalla stampa e dal pubblico) il cinema per tutta la famiglia non avrebbe la stessa faccia.

Il padrino (1972) dir. Francis Ford Coppola 

Il cinema che raccontava della criminalità organizzata aveva già una sua tradizione (da Scarface a Nemico pubblico, entrambi seguiti da remake, a Bonnie and Clyde) si può però con certezza affermare che fu Il padrino (1972) a cambiare il volto della narrazione di questo genere. Sono due principalmente i profili sotto i quali questo titolo ha inciso sulle produzioni a venire. Come già emergeva potenzialmente dal romanzo di Mario Puzo dal quale venne tratta la sceneggiatura (firmata dal romanziere stesso insieme a Coppola), Il padrino non era semplicemente una storia di mafia ma un vero e proprio dramma familiare che rendeva necessario far emergere l’elemento umano dei diversi personaggi, mossi da un racconto che continuamente intreccia le linee narrative gangster a quelle dei rapporti tra genitori, figli, fratelli maggiori e minori, e cognati: al centro di tutto, due dei più popolari e riusciti antieroi della storia del cinema, Vito Corleone e suo figlio Michael (interpretati rispettivamente da Marlon Brando, la cui carriera venne rilanciata, e un ancora per poco semi sconosciuto Al Pacino), i cui conflitti interiori riguardo al passaggio di testimone ancora oggi rivelano una valenza che prescinde dal contesto criminale. La figura dell’antieroe (come la contaminazione di generi) si lega direttamente al secondo profilo: Il padrino è l’essenza stessa della New Hollywood non soltanto, appunto, per i suoi protagonisti ma in particolare per la capacità del suo regista, Francis Ford Coppola, in grado di saper imporre la propria visione nonostante la giovane età e che il fatto che si trattasse di un’opera commissionata da una grande produzione; il risultato fu una messa in scena ambizione, capace di coniugare un prodotto commercialmente appetibile con il sofisticato vezzo autoriale del suo realizzatore. Il film ottenne numerosi riconoscimenti, sbancò al botteghino ed ebbe due sequel (il primo di pari, se non maggiore, successo), finendo in cima alle tante classifiche sui capolavori della storia del cinema in virtù non solo dell’abilità del cineasta ma anche probabilmente dell’universalità del suo racconto.

L’impero colpisce ancora (1980) dir. Irwin Kershner

Potrebbe non sorprendere di ritrovare più di un titolo della New Hollywood quando si parla di film che hanno segnato la storia del cinema, ma questo nello specifico l’ha fatto sotto un profilo diverso da ogni altro precedente all’epoca. Con Guerre stellari (che con più precisione oggi chiamiamo Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza), George Lucas ha soddisfatto la sua volontà di rilanciare la space opera, inserendovi elementi perlopiù fantasy piuttosto che fantascientifici, coniugando la narrazione cinematografica con quella televisiva e fumettistica (ispirazione decisiva fu Flash Gordon), ma sarebbe riduttivo dire solo questo: con quell’episodio del 1977, Lucas ha di fatto inventato il blockbuster moderno e contemporaneo, spianando la strada ai vari Harry Potter, Il signore degli anelli fino alla Marvel Cinematic Universe. Già durante la creazione della galassia lontana lontana, Lucas comprese con lungimiranza la potenzialità commerciale (non a caso non cedette i diritti d’autore per eventuali film successivi del filone e tenne per sé i maggiori ricavi del merchandising) e quella narrativa del suo lavoro, al punto che strutturò un capitolo iniziale in media res, nella speranza che il successo previsto gli avrebbe permesso di sviluppare sequel e prequel. E così avvenne, forse perfino oltre le aspettative. L’impatto di enormi dimensioni, che ha avuto e ha tutt’ora sulla cultura cinematografica e di massa, rende Guerre stellati uno spartiacque importantissimo nella storia del cinema, al di là del valore della sua messa in scena che ha visto lo sperimentare diverse tecniche riguardanti gli effetti speciali, ma proprio nello specifico di un modo nuovo di produrre e strutturare opere filmiche e di coinvolgere lo spettatore. La saga di Lucas ha avuto con molta probabilità il primo fandom della storia del cinema, ha sfruttato al massimo il concetto di narrazione transmediale, costellandola di opere letterarie, videogiochi, serie televisive (d’animazione o live action), canoniche e non, viene continuamente citata, resa parodia, criticata se non, addirittura, amata e odiata anche al tempo stesso, restando però oggettivamente un iconico riferimento per molti mentre continua la sua strada con nuovi prodotti per i quali bisogna sempre ringraziare e tornare a guardare a quel primo iconico film.

Le scelte di Dario Ghezzi



Quarto Potere (1941) dir. Orson Welles

Quarto Potere (Citizen Kane) di Orson Welles può essere considerato uno dei film più importanti della storia del cinema. Primo lungometraggio di Welles, rappresenta un unicum nel suo genere. Lo studio RKO, infatti, concede al regista la massima libertà espressiva e Welles cala se stesso nel ruolo del fittizio Charles Foster Kane, un ricco magnate dell’editoria, di cui Welles ripercorre le tappe più importanti della vita. Il regista sfrutta la tecnica dei cinegiornali per ricostruire la biografia del personaggio, riuscendo a mostrarne la personalità criptica, complessa, concedendo allo spettatore il compito di ricostruire il puzzle della vita di Kane. Un’esistenza solitaria, tra le mura della residenza di Xanadu, che nessuno può oltrepassare. Proprio come nessuno può attraversare l’intimità di Kane, strappato alla sua infanzia e legatissimo ad un oggetto simbolo dei tempi che furono, il cui nome sarà un’enigma per tutto il film. Citizen Kane rappresenta il primo film “moderno”, se vogliamo, della storia del cinema, sia per le modalità narrative che per le tecniche di regia di Welles, all’epoca 25enne.




Titanic (1997) dir. James Cameron

Titanic, diretto da James Cameron, è stato per oltre dieci anni detentore di qualsiasi tipo di record. La pellicola, un kolossal drammatico, racconta l’affondamento del transatlantico nel 1912, innestandolo con una storia d’amore tra Jack e Rose, due personaggi appartenenti a due classi sociali differenti. Il film consacra nell’olimpo di Hollywood due allora giovanissimi Leonardo Di Caprio e Kate Winslet ed è stato imbattibile, in termini di incassi, fino all’uscita di Avatar, dello stesso James Cameron, scalzato nel 2019 da Avengers:Endagame, restando comunque al terzo posto di maggiori incassi della storia del cinema. Titanic sbaragliò tutti anche durante la 70esima cerimonia degli Oscar. Su 14 candidature, ottenne 11 statuette, eguagliando il record di Ben-Hur. Nel 1997, Titanic divenne un vero e proprio cult, con orde di ragazzine urlanti dietro l’allora fascinoso Di Caprio e ancora oggi, a distanza di oltre vent’anni, risulta una delle pellicole più amate. In occasione del ventesimo anniversario, Titanic è tornato anche al cinema ottenendo grande successo. La colonna sonora di James Hornet è una delle più vendute al mondo.




Avengers: Emdgame (2019) dir. Joe e Anthony Russo

Avengers:Endgame è un film del 2019 diretto dai fratelli Anthony e Joe Russo. Entra in questa classifica per svariate motivazioni. Innanzitutto, con i suoi 2797800564 $, a fronte di un budget di produzione di $356 milioni, risulta il film con il maggiore incasso della storia del cinema. Inoltre, la pellicola rappresenta una conclusione ideale di un percorso iniziato nel 2008 con Iron Man che fa parte del Marvel CInematic Universe, una serie di film interconnessi sui super eroi della Marvel Comics. Endgame chiude un ciclo ma è anche una pellicola che ha spaccato i fan della prima ora. Giudicato troppo poco epico, rispetto al precedenti Infinity War, con innesti grotteschi e comici poco graditi per una conclusione solenne, è anche pregno di scene e dialoghi entrati nell’immaginario collettivo. Negli ultimi 40 minuti, il film schiera in campo un cast immenso, facendo rivedere agli spettatori (quasi) tutti i protagonisti emozionando e sorprendendo e sarà curioso vedere quale altro film sarà in grado di polverizzare i record di Endgame.




Le scelte di Anna Martignoni



Il cantante di jazz (1927), dir. Alan Crosland

Il film diretto da Alan Crosland Il cantante di jazz ha rivoluzionato definitivamente l’industria cinematografica dell’epoca, saldamente ancorata alle immagini. Da un punto di vista storiografico, infatti, la pellicola funge da perfetto spartiacque tra il cinema muto e quello dominato dal sonoro, con tutte le conseguenze che ne possono derivare. Ne Il cantante di jazz compaiono, sebbene non interamente ma solo per una porzione di film, piccole performance musicali seguite o precedute da brevi dialoghi udibili dal pubblico. Anche se la trama risulta essere piuttosto semplice, il film di Crosland è divenuto in pochissimo tempo una pietra miliare nella storia del cinema. L’innovazione (e rivoluzione) del sonoro registrato ha cambiato radicalmente il senso dell’intrattenimento. Le piccole orchestre sistemate nelle buche sotto lo schermo e gli imbonitori saranno destinati all’estinzione, così come le didascalie che integrano le immagini. Infine, star del muto quali Buster Keaton, non riusciranno a sopravvivere all’avvento del sonoro, lasciando spazio ad un nuovo divismo.

Psyco (1960), dir. Alfred Hitchcock

Alla sua prima uscita, il celeberrimo film di Alfred Hitchcock ha un duplice effetto: viene snobbato dalla critica ma diventa un successo al botteghino. Agli spettatori viene proibito l’ingresso dopo i titoli di testa proprio per stimolarli ad entrare completamente nella psiche dei personaggi. Quattro “S” racchiudono il senso del film. Sonoro: la musica di Psyco da sola basterebbe ad infondere terrore nel pubblico, come testimoniano i “violini urlanti” di Bernard Herrmann; in aggiunta, la voce della Madre è assolutamente sconcertante, poiché tale personaggio non viene mai visto fisicamente dallo spettatore. Suspense: il viaggio di Marion Crane lascia col fiato sospeso fino alla scena clou della doccia, completata attraverso 78 singole inquadrature e 52 stacchi di montaggio. Scandalo: per l’epoca, il corpo nudo di Marion che viene accoltellato (sebbene la lama non entri mai in contatto con esso), non poteva che essere scandaloso; inoltre, l’omicidio della protagonista avviene prima dell’intervallo, fatto assolutamente inusuale. Sessualità: per tutta la sua durata, Psyco ruota intorno alla sfera sessuale. Dapprima, il lato sensuale e passionale di Marion, legata ad un uomo divorziato, la trascinerà nei guai; successivamente, Norman scatenerà la sua follia omicida anche per colpa di una sessualità repressa.

Quei bravi ragazzi (1990), dir. Martin Scorsese

Dopo Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno, all’inizio degli anni Novanta Martin Scorsese torna a raccontare della criminalità organizzata in Quei bravi ragazzi. La storia si svolge in un arco di tempo di trent’anni, in cui la macchina da presa segue da vicino le vicende di Henry, Jimmy e Tommy (alias Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci). Come solo Scorsese riesce a fare, i tre protagonisti sono delineati perfettamente nella loro psicologia. Henry tradisce i suoi compagni/mentori entrando nel programma di protezione dell’FBI; Jimmy, dal canto suo, non si sente al sicuro finché non si sbarazza dei suoi conoscenti; Tommy è l’uomo senza legge, tratteggiato come uno psicopatico capace di ogni cosa. Il film di Scorsese è impeccabile anche dal punto di vista registico: il lungo piano sequenza che segue Henry e Karen fino all’interno del Copacabana è puro virtuosismo, tre minuti in cui allo spettatore sembra di camminare insieme ai personaggi. La musica, poi, accompagna in modo sapiente l’intera vicenda, presentando brani diversi tra loro ma ugualmente efficaci, da Tony Bennet a Sid Vicious.

Le scelte di Giuseppe Fadda



Marty, vita di un timido (1955) dir. Delbert Mann

La semplicità di Marty, vita di un timido lo rende uno dei vincitori più atipici dell’Oscar al miglior film. Ma è anche uno dei migliori, e la sua forza proviene proprio dalla sua intimità, dalla sua delicatezza, dalla sua capacità di cogliere l’immensità delle piccole cose. Spesso dimenticato, Marty è in verità un film che segnò una svolta epocale a Hollywood, un primo passo verso una rappresentazione più realistica e meno patinata della società. I due protagonisti non sono tipicamente affascinanti: Marty è un uomo di 34 anni che vive ancora con la madre e che passa la sua vita tra la macelleria in cui lavora e il suo bar preferito, mentre Clara è un’insegnante timida e insicura. I due attori, Ernest Borgnine e Betsy Blair, entrambi straordinari, non sono i tipici divi hollywoodiani, sono persone che potresti incontrare per strada ogni giorno. Per la prima volta, il cinema americano volge lo sguardo sulla vita delle persone qualunque, speciali proprio perché sono persone qualunque, nei cui sogni e nelle cui fragilità ci si può veramente rispecchiare. Nel suo piccolo ritratto di due anime sole che trovano sollievo e conforto l’una nell’altra, Marty ha aperto la strada per un cinema più vero.


I pugni in tasca (1965) dir. Marco Bellocchio



Quando fu proiettato al Festival di Locarno, I pugni in tasca di Marco Bellocchio raccolse il dissenso dell’establishment cattolico e di registi come Buñuel e Antonioni. Eppure resta uno dei film più importanti della storia del cinema italiano e non solo: l’intreccio è relativamente semplice e i personaggi in scena sono limitati, eppure quello che emerge è la feroce critica a un paese intero e ai suoi valori portanti. Bellocchio getta uno sguardo lucido e dissacrante sui principi religiosi e familiari tradizionali, cogliendone l’ipocrisia attraverso il ritratto di una famiglia degenerata, triste, in cui ogni membro sembra votato alla distruzione di sé e degli altri. Con una sceneggiatura feroce e spietata e un notevole lavoro degli interpreti (tra cui spicca Paola Pitagora), I pugni in tasca è un film ineccepibile. Ma soprattutto è il ritratto di un’epoca: ancora oggi, vi si colgono la rabbia e la frustrazione di una generazione stanca di una società falsa, corrotta e ipocrita, una generazione che di fatto, negli anni successivi, passando per il sessantotto, cambiato per sempre il modo in cui concepiamo la cultura – e il cinema con essa. 


Carol (2015) dir. Todd Haynes




Quando uscì nel 1952, il romanzo The Price of Salt rivoluzionò la letteratura queer per la sua onesta rappresentazione di un travolgente amore tra due donne e per il suo rifiuto del finale tragico tradizionalmente riservato alle storie d’amore omosessuali. Il suo adattamento cinematografico, Carol, può vantare un’importanza analoga e a esso si riserva indiscutibilmente un posto tra le pietre miliari del cinema queer. Todd Haynes ripropone nel film l’estetica, l’atmosfera e lo stile del cinema americano degli anni ’50, un cinema in cui la rappresentazione dell’omosessualità era vietata dal codice Hayes, per raccontare una relazione intima, straziante e appassionante. Le due protagoniste, Rooney Mara e Cate Blanchett, compaiono sulla scena incarnando chiaramente dei modelli (rispettivamente Audrey Hepburn/Jean Simmons e Lana Turner) per poi perdere progressivamente ogni artificio e raggiungere picchi di intensità devastanti nell’ultimo atto del film: la performance, la teatralità tipica degli anni ’50 svanisce per lasciare posto a persona reali, con emozioni brucianti e devastanti. E il lieto fine sancisce un trionfo per il cinema queer, un rifiuto coraggioso e decisivo della nozione per cui una storia gay deve essere necessariamente una storia di tragedia. 


Le scelte di Daniele Ambrosini


L’infanzia di Ivan (1962) dir. Andrej Tarkovskij



Il folgorante esordio di Tarkovskij ha vinto il Leone d’Oro alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1962, cambiando per sempre il futuro di generazioni di filmmaker e autori di tutto il mondo. Perché il nome di Tarkovskij è uno di quelli fondamentali per ogni cinefilo e aspirante regista. Il suo trionfo al Lido ha portato nuovo prestigio al cinema sovietico, oltre a mettere in luce uno degli autori più viscerali, potenti e amati della storia del paese. Vista l’imponenza della filmografia di Tarkovskij nel suo complesso, sarebbe facile ignorare il suo film d’esordio in favore di un altro qualunque dei suoi film, come Stalker o Solaris, ma allo stesso tempo è impossibile ignorare sia la bellezza di questa opera più contenuta, sia come questa si sia inserita nella tradizione cinematografica russa e il fortissimo impatto che ha avuto su di essa. L’infanzia di Ivan è un film complesso, dall’impianto corale, ma dalla struttura atipica, che pur essendo un film di guerra, è anche un racconto di formazione, una storia d’amore e una riflessione dolceamara sulla società. Oltre ad avere il merito di aver messo in luce il talento e lo stile inimitabile (ma da tanti, ancora oggi, ricercato) di Tarkovskij, L’infanzia di Ivan, ha anche il merito di aver consegnato alla storia del cinema scene e momenti memorabili, da antologia, tra cui anche uno dei baci più belli di sempre.

I 400 colpi (1959) dir. François Truffaut



Altro film di formazione, altro esordio di peso. I 400 colpi di François Truffaut è ancora oggi uno dei film più rappresentativi non solo del suo amatissimo autore e della Nouvelle Vague, ma anche di tutto il cinema francese. È uno di quei film che fanno parte dell’identità artistica e culturale del proprio paese, e non solo. Uno di quei film che fanno parte della formazione filmica di praticamente qualunque appassionato di cinema, oltre ad essere una visione obbligatoria in quasi tutte le scuole di regia del mondo. I 400 colpi è, senza troppi giri di parole, un film che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del cinema. Il primo capitolo della serie dedicata ad Antoine Doinel è probabilmente il film simbolo di Truffaut, oltre ad essere il film di formazione per antonomasia, quello a cui chiunque voglia affrontare il genere, in un modo o nell’altro, guarda. Il ritratto che l’autore francese fa di questo preadolescente scalmanato, che fa letteralmente “il diavolo a quattro”, è vivido e realistico, vivace ma mai forzato, e coglie perfettamente lo spirito della sua età e dei moti emotivi tipici del periodo della formazione. Ecco perché, ancora oggi è il punto di riferimento di un genere, il coming of age, la cui massima aspirazione dovrebbe essere quella di riuscire a catturare l’essenza della giovinezza. Pochi film ci riescono davvero.

E.T. l’extraterrestre (1982) dir. Steven Spielberg




Al suo secondo film di fantascienza, a distanza di cinque anni dal pluricandidato agli Oscar Incontri ravvicinati del terzo tipo, Steven Spielberg è riuscito a realizzare un intramontabile classico per tutta la famiglia. Il suo E.T. ha toccato il cuore di generazioni e generazioni di bambini dal 1982 ad oggi, ed è ancora amatissimo. Il film ottenne risultati incredibili al box office, ed è ancora oggi uno dei dieci film con gli incassi più alti della storia se si calcola l’inflazione, arrivando a concludere la sua corsa nei cinema americani dopo un anno di programmazione, un record ancora oggi imbattuto e, forse, imbattibile visti i tempi di consumo sempre più veloci imposti della moderna industria cinematografica. E.T. è il classico film che rappresenta a pieno l’idea hollywoodiana che il cinema sia magia ed intrattenimento, un film senza tempo in grado di parlare alle nuove generazioni di diversità ed amicizia con la stessa dolcezza ed efficacia con cui aveva parlato a chi ha avuto il privilegio di trovarsi in sala nel 1982 e godersi per la prima volta un po’ di sana e spensierata magia hollywoodiana. E.T. sarà sempre un film molto amato dal pubblico, che si è guadagnato il suo posto nella storia grazie ai suoi fantastici risultati in sala e alla sua persistenza nella memoria collettiva, ma non è da sottovalutare come i numeri ottenuti al box office nel 1982 abbiano reso evidente alle major che i film orientati a un pubblico più giovane potessero essere incredibilmente redditizi, perché senza E.T., forse, non avremmo molti dei franchise d’intrattenimento che abbiamo oggi.


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