Ricordando Vivien Leigh: La carriera di una leggenda

Seguici anche su:
Pin Share
Di Giuseppe Fadda
105 anni fa a Darjeeling, in India, nacque una delle più grandi attrici della storia del cinema: Vivien Leigh, nome d’arte di Vivian Mary Hartley. A dire il vero, lei forse non avrebbe voluto essere identificata principalmente come attrice cinematografica: il suo cuore apparteneva al teatro, dove spese gran parte della sua vita e dove si misurò con i più grandi ruoli scritti da Shakespeare, Noel Coward e George Bernard Show.
Ma il suo contributo allo schermo d’argento è semplicemente impossibile da negare: la sua Rossella O’Hara è indubbiamente uno dei personaggi più iconici e memorabili mai apparsi sullo schermo; la sua Blanche DuBois è unanimemente considerata la versione definitiva del ruolo, malgrado esso sia stato interpretato da attrici del calibro di Gillian Anderson, Cate Blanchett, Jessica Lange e Jessica Tandy. In trent’anni di carriera sul grande schermo, partecipò solo a diciannove film: ma la sua straordinaria versatilità interpretativa, la sua delicata bellezza e la sua tumultuosa vita personale (che ha dei parallelismi con entrambi i suoi ruoli più famosi) l’hanno resa una figura indimenticabile e immortale. 
Figlia di un ufficiale della cavalleria britannica e di un’attrice amatoriale, Vivien Leigh calcò il palcoscenico per la prima volta all’età di tre anni nella compagnia di sua madre. All’età di 18 anni, decise di intraprendere la carriera d’attrice e, con il supporto di entrambi i genitori, si iscrisse alla Royal Academy of Dramatic Arts. L’anno seguente, sposò l’avvocato Herbert Leigh Holman, da cui ebbe una figlia: ma la Leigh non sarebbe mai stata la moglie e madre devota che il marito si aspettava e quando lui le chiese di abbandonare le sue ambizioni di attrice lei rifiutò categoricamente.
La sua interpretazione nell’opera teatrale The Mask of Virtue attirò l’attenzione del produttore Alexander Korda, che stipulò con lei un contratto, e dell’attore Laurence Olivier, che rimase ammaliato dalla sua bellezza e dal suo talento. Tra i due nacque subito un’intesa che andò intensificandosi durante la lavorazione di Elisabetta d’Inghilterra (1937), il primo successo cinematografico dell’attrice che la vedo proprio al fianco del celeberrimo attore inglese. Sebbene entrambi sposati, Olivier e la Leigh andarono a convivere e misero in scena una rappresentazione dell’Amleto all’Old Vic Theatre, che fu un successo malgrado il temperamento instabile dell’attrice (solo anni dopo seppe di essere affetta da un disturbo bipolare).
Proprio questo temperamento, combinato con la sua ambizione, rischiò di rovinare la sua carriera cinematografica ancora prima che iniziasse: film come Un americano a Oxford (1938) e I marciapiedi della metropoli (1938) furono degli successi di critica e pubblico, ma l’attrice cominciava a farsi la reputazione di qualcuno con cui non è facile lavorare. Rifiutò anche il ruolo di Isabella in Cime tempestose (1939), volendo interpretare il ruolo protagonista di Cathy che andò invece a Merle Oberon. Il regista William Wyler fu irritato da quella che percepiva come arroganza da parte della Leigh, dicendo che non poteva sperare in un ruolo migliore di Isabella per il suo esordio in un film americano. Ma si sbagliava. 

Una scena tratta da “Via col vento”.

Infatti, nel 1938, la Leigh conosce Myron Selznick, il fratello del notissimo produttore David O. Selznick che stava preparando una riduzione cinematografica del romanzo Via col vento di Margaret Mitchell. Selznick aveva lanciata un’imponente campagna pubblicitaria per trovare l’interprete adatta al complicatissimo ruolo di Rossella O’Hara. Sembrava che la scelta stesse per ricadere su Paulette Goddard, ma quando Myron presentò Vivien a David, quest’ultimo capì immediatamente di aver trovato l’attrice perfetta per il ruolo. Le riprese del film furono lunghe ed estenuanti: la Leigh non trovò nessuna collaborazione da parte del regista Victor Fleming, poco interessato alla caratterizzazione dei personaggi, e infatti si recò periodicamente dal regista George Cukor insieme alla co-star Olivia de Havilland per chiedergli consigli e direttive; non andò per nulla d’accordo con il protagonista Clark Gable, che fu anche pagato 95.000 dollari in più dell’attrice pur avendo lavorato al film per 54 giorni in meno. Nonostante tutto, il film fu un successo straordinario sia di critica che di pubblico e resta ancora oggi un capolavoro indiscusso, malgrado sia fortemente discutibile dal punto di vista socio-politico.
I suoi pregi sono innumerevoli: le interpretazioni da parte dell’intero cast, la fotografia, la scenografia, la leggendaria colonna sonora, sono tutti aspetti esemplari. Ma se c’è una cosa senza cui il film crollerebbe è l’interpretazione di Vivien Leigh, che compare in quasi ogni scena del film, della durata di 4 ore: l’attrice ritrae alla perfezione l’evoluzione di Rossella da ragazza viziata ed egoista a donna forte e determinata, cogliendo ogni piccola sfumatura di questo personaggio meravigliosamente complesso e contraddittorio. L’attrice non ha paura di mettere in scena tutti i difetti della protagonista, che è spesso volubile, capricciosa, irresponsabile, spregiudicata: eppure non possiamo non amarla, perchè la Leigh è semplicemente irresistibile nel ruolo e ci porta a comprendere le ragioni dietro alla scaltra malizia del personaggio senza però cercare delle scusanti. Soprattutto, ci affezioniamo a Rossella perché è umana e la ammiriamo perché, malgrado tutte le disgrazie che le accadono, mantiene sempre una resilienza e un coraggio che le permettono non solo di sopravvivere ma anche di adattarsi. Le persone attorno a Rossella o muoiono o rimangono ancorate ad un passato morto che non tornerà più: Rossella non ha tempo per i rimpianti, si rimbocca le mani e va avanti, sempre e comunque. La Leigh riesce a catturare alla perfezione l’eroismo della donna, che si riassume nella famosissima frase finale “Domani è un altro giorno”. 
Per quest’interpretazione, la Leigh vince un meritatissimo Premio Oscar come miglior attrice, uno degli 8 vinti dal film. Nel 1940, i rispettivi coniugi concedono il divorzio alla Leigh e a Olivier, che possono quindi convolare a nozze. E’ un periodo felice per l’attrice, sia professionalmente che personalmente. Nello stesso anno regala un’elegante, misurata e commovente interpretazione nel film Il ponte di Waterloo, che narra la tragica storia d’amore tra un soldato e una ballerina costretta a diventare una prostituta. L’anno seguente, riceve plauso da parte della critica per la sua interpretazione ne Il grande ammiraglio, film molto amato da Winston Churchill. In esso, recita al fianco del marito e interpreta il ruolo di Emma Hamilton, l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson. Nella seconda metà degli anni 40, tuttavia, cominciano a sorgere delle difficoltà. Nonostante le buone prestazioni dell’attrice, film come Cesare e Cleopatra (1945) e Anna Karenina (1947) non ottengono il successo sperato. A teatro, le frequenti collaborazioni tra Olivier e la Leigh sono invece apprezzate ma la disturbo bipolare dell’attrice peggiora notevolmente creando una frattura insanabile nel suo rapporto col marito.

Vivien Leigh e Marlon Brando in una scena di “Un tram chiamato Desiderio”.

Nel 1949, l’attrice interpreta, diretta dal marito, il ruolo di Blanche Dubois nella produzione londinese di Un tram che si chiama Desiderio, dramma scritto da Tennessee Williams. Sarà poi scritturata per interpretare il ruolo anche nella riduzione cinematografica diretta da Elia Kazan, che esce in sala nel 1951 e che frutta alla Leigh il suo secondo Premio Oscar. Anche in questo caso, la lavorazione del film non fu tranquilla e l’attrice ebbe frequenti dissapori con il regista, che riconobbe il talento dell’attrice solo alla fine delle riprese.
Tuttavia, l’attrice andò molto d’accordo con il protagonista maschile, Marlon Brando, e il loro duetto recitativo in questo film è nientemeno che sensazionale: lo stile naturalista, selvaggio, quasi animalesco di Brando si sposa con quello raffinato, elegante e posato della Leigh in uno splendido gioco di contrasto. E l’interpretazione dell’attrice è senza dubbio una delle più grandi della storia del cinema, un ritratto devastante di una donna che sceglie di vivere in un mondo di illusioni e bugie piuttosto che accettare la realtà. La Leigh rivela la fragilità e disperazione che si celano dietro all’ostentata raffinatezza della donna e nell’atto finale del film, in cui tutte le illusioni di Blanche crollano, l’attrice mette in scena il suo annientamento psicologico con una brutalità e visceralità senza eguali. Blanche Dubois è forse il personaggio teatrale più complesso che sia mai stato scritto e Vivien Leigh si dimostra all’altezza del ruolo catturandone ogni singola sfumatura. Con questo film l’attrice ci lascia la sua più grande performance, ma paga questo trionfo artistico a caro prezzo: la sua sanità mentale è perennemente danneggiata e si racconta persino che i medici che la visitarono poco prima della sua morte, domandandole se ricordasse il suo nome, si sentirono rispondere: “Ma certo! Il mio nome è Blanche Dubois“.

Negli anni seguenti, il matrimonio tra Olivier e la Leigh fallisce definitivamente. Olivier si sposerà poi con Joan Plowright e la Leigh intraprenderà una relazione con l’attore John Merivale, ma manterranno un rapporto di profonda e tenera amicizia fino alla morte di lei. Dal punto di vista professionale, la carriera dell’attrice è danneggiata dalla sua condizione mentale e dai suoi frequenti esaurimenti nervosi, anche se continua a regalare interpretazioni degne di nota come quelle in Profondo come il mare (1957) e La primavera romana della signora Stone (1961). 
I suoi più grandi successi continuano a essere a teatro: in particolar modo, le sue interpretazioni in Tito Andronico, Macbeth e La dodicesima notte vengono accolte con plauso unanime da parte della critica, tanto che l’attrice sembra riprendersi almeno parzialmente dal periodo di depressione in cui era caduta e in cui sarebbe ricaduta presto. Nel 1965 prende parte al suo ultimo film, La nave dei folli, film corale di Stanley Kramer penalizzato da una sceneggiatura confusionaria e pasticciata e da un cast non del tutto convincente. Solo Oskar Werner e Simone Signoret regalano interpretazioni davvero degne di nota, mentre la Leigh è limitata da un ruolo stereotipato che non le permette di lasciare davvero il segno. Muore l’8 luglio del 1967 a causa di una tubercolosi mal curata. La sua è stata un’esistenza segnata dal dolore e dalla malattia mentale che l’ha afflitta, compromettendo le sue relazioni professionali e personali. Ma la ricordiamo con grande ammirazione per il suo indiscutibile contributo artistico e ancora oggi le sue interpretazioni in Via col vento e Un tram che si chiama Desiderio restano un modello impeccabile di recitazione che in pochi sono stati in grado di eguagliare. 

Pubblicato

in

da