Roma 2018: An Elephant Sitting Still – La recensione del film testamento di Hu Bo

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Di Daniele Ambrosini

Sullo sfondo di una desolata cittadina industriale cinese si incrociano quattro diverse storie di vita vissuta, visceralmente interconnesse tra loro.
Wei Bu è un adolescente che un giorno spinge giù dalle scale un bullo della sua scuola e decide di fuggire per non dover affrontare le conseguenze di quel gesto. Cheng, il fratello del bullo, è un uomo che gestisce un giro di affari loschi che recentemente ha visto un suo amico suicidarsi dopo aver scoperto che la moglie lo tradiva con lui. Ling, una ragazza per cui Wei Bu ha una cotta, deve decidere come affrontare la vergogna dopo che la sua relazione con il vicepreside della sua scuola diventa pubblica. Infine c’è Wang un anziano che la famiglia vuole spedire in un ospizio per potersi trasferire in un appartamento più piccolo in una zona più sicura della città, dove non ci sarebbe spazio per lui, ma Wang non vuole rassegnarsi all’idea.
Quattro racconti diversi che sono indissolubilmente legati l’un l’altro e che si influenzano a vicenda in numerose occasioni, quattro racconti di solitudine esistenziale e postmoderna sullo sfondo di un luogo degradato e senza futuro che si basano sulla speranza del cambiamento. Nella lontana città di Manzhouli c’è un elefante che se ne sta seduto immobile, senza mai alzarsi e senza reagire alle provocazioni della gente, o almeno così si dice. Wei Bu è affascinato dal racconto dell’elefante di Manzhouli, metafora di un cambiamento da ricercare con ostinazione e che agli occhi spensierati di un adolescente rappresenta una via verso la redenzione del male che tenta di lasciarsi alle spalle. In An Elephant Sitting Still c’è la speranza in egual misura alla rassegnazione, il regista Hu Bo è un autore incerto, in bilico tra la sua personale visione cinica e disillusa del mondo e la necessità di cogliere dell’altro.
Scindere i contenuti del film della storia del suo regista è praticamente impossibile. E non avrebbe neanche senso tentare di farlo. Il ventinovenne Hu Bo si è tolto la vita lo scorso anno, prima della fine della realizzazione del film, si dice che una lunga serie di conflitti con i produttori siano stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso; quanto ci sia di vero o di falso non ci è dato saperlo. Ciò che sappiamo per certo è che se abbiamo la possibilità di vedere l’opera completa, nella versione di ben 4 ore voluta da Hu Bo, è grazie alla sua famiglia che ne ha riacquistato i diritti alla sua morte, mentre chi ne voleva una versione più accessibile ha comunque realizzato e commercializzato un cut da due ore. Hu Bo si era arreso alla versione più breve, ma aveva lottato invano per riavere i diritti della versione completa. Romanticamente verrebbe da pensare che l’autore sia morto per il film e con il suo gesto abbia riconquistato la sua visione artistica; ma tutto ciò di cui il film è carico, la sua visione oscura e negativa che neanche un mastodontico lume di speranza è riuscito ad illuminare, ci fanno intuire che ci sia stato molto di più dietro al suo gesto. Niente romanticismi di sorta quindi, ma una vera e propria condizione esistenziale che traspare chiaramente da ogni fotogramma di quello che è a tutti gli effetti il suo testamento, artistico e non solo.
Una serie di lunghi piani sequenza e longshot, con pochissimi tagli di montaggio, compongono An Elephant Sitting Still, nel quale l’unità di misura scenica corrisponde quasi sempre a quella registica dell’inquadratura. Costanti, eleganti ed imprevedibili movimenti di camera creano un senso di irrequietezza e instabilità che visivamente corrisponde alle tematiche proprie della sceneggiatura di Hu Bo. Diretto in modo splendido ed in grado di mantenere una coerenza scenica non indifferente nel corso delle quattro ore di film, la cui storia si svolge in un esiguo lasso di tempo, l’unico commento che si può fare a An Elephant Sitting Still è quello di perdere un po’ di lucidità di scrittura nel momento in cui la visione cinica ed estremamente negativa del mondo di Hu Bo prende il sopravvento sulla narrazione. Certo, è impossibile ignorare tutto ciò che è oltre il film, a cui questi momenti più sentimentali e meno ragionati aggiungono sicuramente qualcosa; anche per questo viene da dire che Hu Bo abbia inserito quanto più poteva di sé in un film che è destinato ad essere la sua opera prima ed ultima, a volte strafacendo, a volte ammaliando. An Elephant Sitting Still è un film monumentale, monolitico, lungo e carico di riflessioni, spunti, pensieri, un film complesso da metabolizzare, un’esperienza cinematografica destinata a rimanere unica.
VOTO: 8,5/10